Omicidio Vetralla, lo zio di Matias in ospedale per uccidere Mirko: «Quel bimbo era come un figlio per me»

Lunedì 22 Novembre 2021 di Giorgio Renzetti
Vetralla, il blitz dello zio di Matias per uccidere Mirko: «Ho fatto una cretinata»

«Ho fatto una cavolata». Parla molto lentamente e con voce bassa Ubaldo Marcelli, da poco sveglio dopo la lunga sedazione praticata dai medici del reparto di psichiatria. È in un letto d’ospedale, lo stesso in cui ha fatto irruzione la scorsa domenica mattina con un coltello in mano. Cercava il cognato Mirko Tomkow, il polacco di 44 anni accusato per l’omicidio del figlio Matias di 10 anni - una coltellata alla gola - , nella loro casa di Cura di Vetralla (Viterbo).

«Dove sta? Lo devo ammazzare», aveva urlato agli operatori del pronto soccorso che si erano trovati davanti Marcelli con un coltello, di quelli per tagliare il pane. Visibilmente alterato, era stato immobilizzato dai vigilantes per poi, all’arrivo dei carabinieri, perdere conoscenza. «Non mi ricordo molto, so che Mirko non l’ho trovato», dice ora lo zio del piccolo raggiunto al telefono. Non ha trovato Mirko perché è sì a Belcolle, l’ospedale di Viterbo ma altrove, nella palazzina del reparto carcerario dove vengono ricoverati i detenuti. 

Il gip ha confermato per Tomkow l’arresto con il reato di omicidio aggravato, messo in pratica con premeditazione: dallo scorso settembre non poteva avvicinarsi a sua moglie e al bambino, glielo aveva vietato il giudice con una misura cautelare dopo le indagini sulle minacce e le violenze subite dalla donna. Marjola Rapaj, di 32 anni, è la madre di suo figlio, oltre che sorella della moglie di Marcelli. «Non lo sapevo, credevo di trovarlo al pronto soccorso», aggiunge quest’ultimo. Non sa di esser stato denunciato dalla Procura viterbese, dopo quel gesto di domenica mattina che è sembrato dettato più dalla disperazione che dalla urgenza di una vendetta per il nipote barbaramente ucciso. Una denuncia per il possesso di arma di taglio. Gli inquirenti non hanno (per ora) aggiungere altri capi d’imputazione. 

«No, ma perché denunciato? E adesso che mi succede? Devo parlare con l’avvocato, ma non è venuto, non l’ho visto...». Marcelli, aveva detto a qualcuno quello che voleva fare, a sua moglie? «No, non lo sapeva nessuno. Ieri notte (sabato, ndr) ho dormito poco – risponde sempre con voce malferma - anzi non mi ricordo se ho dormito. Poi ho preso la macchina e sono venuto qui. Ma è grave questa cosa della denuncia?». 

Marcelli aveva già raccontato degli ultimi contatti con il cognato Mirko. Ricoverato in un Covid hotel a Roma, perché risultato positivo dopo un precedente ricovero a Belcolle (dopo aver inscenato un tentativo di suicidio era stato soccorso), Tomkow aveva rimuginato sulla sua storia ed elaborato qualcosa. In 21 giorni in isolamento forzato, aveva covato risentimento e rabbia contro la moglie, anche se la donna non aveva firmato la denuncia formulata dai carabinieri, formalizzata in base al codice rosso per la tutela delle vittime della violenza di genere. «Mi aveva telefonato per dire che sarebbe arrivato a Cura il giorno dopo - aveva rimarcato Marcelli dopo il delitto - invece è venuto il martedì e ha combinato quella tragedia».  

Una coltellata a tradimento che ha finito per colpire anche Marcelli, che per Mirko si era speso più volte aiutandolo come poteva, non solo per la parentela. Anzi, soprattutto per Matias al quale aveva anche aperto un libretto di risparmio in banca: «Ogni tanto ci mettevo qualche piccola somma - ha spiegato lo zio - perché avesse qualcosa quando sarebbe diventato grande». Una considerazione da padre, un secondo padre. «Quel bambino era come un figlio per noi, per mia moglie e per me». 

Ultimo aggiornamento: 24 Novembre, 09:09 © RIPRODUZIONE RISERVATA