Vittime online, la metà a rischio suicidio ma i big del web fanno muro sulla privacy

Giovedì 15 Settembre 2016 di Francesco Lo Dico
Vittime online, la metà a rischio suicidio ma i big del web fanno muro sulla privacy

«Sarebbe bello se avesse inscenato la sua morte per ricostruirsi una vita», hanno detto i suoi amici. Ma la questione va posta alla rovescia. Tiziana ha rinunciato a inscenare la vita, dopo aver compreso di essere già morta. Era stata condannata per sempre all'agonia infinitamente replicabile di un video che le aveva rubato privacy e dignità. Un video che ancora ieri mattina (e ne abbiamo le prove) in barba all'utopia del diritto all'oblio, si scaricava in un clic dopo neppure cinque minuti di ricerca, corredato persino da un secondo atto a sorpresa. Chiunque oggi può diffonderlo, ovunque e in ogni momento. E Tiziana lo aveva capito. «Inutile prendersi in giro - commenta Salvatore Sica, ordinario di Diritto privato all'università di Salerno che è tra i massimi esperti italiani in materia di diritto dell'informazione e della comunicazione. «Storie come quelle di Tiziana - prosegue il professore - dimostrano che giudici e polizia nazionale dispongono di mezzi limitati e insufficienti. Tutto ciò che si può fare è responsabilizzare i gestori - in primis i principali social network e i motori di ricerca e costringerli a garantire la tracciabilità dei dati indicizzati. Ma questo può farlo soltanto l'Europa, con leggi sovranazionali. I singoli Stati sono ormai impotenti».

Non c'è più tempo da perdere. Il cyberbullismo è in costante ascesa. E alimenta ogni giorno quel circuito perverso tra autolesionismo, depressione e suicidio - tentato o compiuto, sui quali Skuola.net fornisce dati agghiaccianti. Circa il 20 per cento dei giovani è stato vittima di bullismo, e il 6,5% ha sofferto i colpi micidiali della diffamazione violenta via internet. Un ragazzo su due, tra le vittime, ha pensato di togliersi la vita, e una pari percentuale pratica autolesionismo. Particolarmente esposte le ragazze: sono il 62% delle vittime on line. Social e motori di ricerca svolgono un ruolo determinante nella tutela della privacy. Ma perché nessuno ha ancora pensato a metterli in riga? «I colossi del web - spiega il professor Sica - esprimono sul controllo dei dati una posizione contraddittoria. Sostengono di poter rispondere soltanto dell'infrastruttura, ma non dei contenuti che la alimentano. Una posizione di comodo, che non è accettabile: il controllo dei dati viene prima di ogni pretesa di business, e va assoggettato a regole severe».

Che cosa fare è presto detto, le soluzioni possibili condivise dagli esperti. «Occorrono protocolli rigorosi che regolamentino, oltre alle modalità attraverso le quali i contenuti vengono messi in rete, anche quelle che presiedono alla loro cancellazione», chiosa Sica. Ma c'è un ma, grande come il Pil delle multinazionali della rete. «Dietro il presunto diritto alla comunicazione sul web, si annida in realtà un abisso senza fondo di denaro e opportunità di business che devono sottostare alle stesse leggi di chi fa affari nel mondo reale», attacca il professor Sica.

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