Vulcani, terremoti e tsunami:
perché il Marsili fa paura

di Francesco Lo Dico

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Il sisma che ha colpito le Marche non è stato l'unico che non ha mietuto vittime. Un altro terremoto, silenzioso ma di magnitudo 5.7, si è verificato in mare venerdì notte alle 22.02, 83 chilometri a Nordest di Ustica, a una profondità di 474 chilometri. Esattamente a metà strada tra la costa campana e quella siciliana. Beninteso: l'onda sismica non si è abbattuta sul litorale e non ha prodotto danni a cose e persone. E sono rare le circostanze in cui uno tsunami possa verificarsi. Ma data l'intensità del fenomeno, che a Messina è stato avvertito dai residenti, è lecito porsi qualche domanda nel tentativo di comprendere se abbiamo corso, o corriamo ad oggi qualche rischio.
Che cosa sarebbe potuto accadere, sebbene in via ipotetica venerdì notte, lo spiega Luigi Cavaleri, dell'Ismar Cnr, massimo esperto italiano di sismi sottomarini. «Un rapido calcolo spiega lo studioso - mostra che, qualora si fosse generata un'onda di tsunami, questa avrebbe raggiunto le coste più distanti del Tirreno in meno di un'ora. «Infatti argomenta Cavaleri - una profondità media di 3mila metri corrisponderebbe ad una velocità di propagazione dello tsunami di circa 170 metri al secondo, ovverosia più di seicento chilometri all'ora». In sintesi, se il terremoto di venerdì notte avesse innescato un'onda anomala, avrebbe prodotto uno scenario crudo ma scientificamente prevedibile nella sua progressione. «L'isola di Ustica e la costa nord della Sicilia calcola lo scienziato del Cnr sarebbero state investite rispettivamente in 2-3 e meno di dieci minuti». È una considerazione che fa riflettere. Specie per la tempistica che associa nel volgere di 48 ore, due episodi sismici consistenti. Mercoledì si sono prodotte due scosse di magnitudo 5.4 e 5.9. Venerdì notte un sisma di potenza comparabile con ipocentro al largo di Ustica.

Il sospetto di una possibile connessione sorge immediato. Ma il direttore dell'Igag Cnr, Paolo Messina, lo esclude con parole categoriche. «Il terremoto al largo di Ustica è stato innescato da un fenomeno geologico differente da quello responsabile del sisma nelle Marche». «Il sisma sottomarino - spiega il geologo - è stato prodotto dalla subduzione», ossia dallo scorrimento di una placca sotto un'altra. I rischi di uno tsunami nel Mediterraneo, sono concreti, o soltanto ipotetici? La risposta è nel sito della Protezione civile, alla voce Attività sui rischi: «Tutte le coste del Mediterraneo - vi si legge - sono a rischio maremoto a causa dell'elevata sismicità e della presenza di numerosi vulcani attivi, emersi e sommersi». «Negli ultimi mille anni - spiega la nota - lungo le coste italiane, sono state documentate varie decine di maremoti, solo alcuni dei quali distruttivi. Le aree costiere più colpite sono quelle della Sicilia orientale, della Calabria, della Puglia e dell'arcipelago delle Eolie». Si stima che gli tsunami mediterranei, sebbene meno frequenti, costituiscono il 10 per cento dei maremoti nel mondo a oggi conosciuti. In media, si calcola che dal Mare Nostrum si abbatta sulle nostre coste un maremoto ogni cento anni, a causa dello scivolamento della placca africana sotto la placca euroasiatica.

Le possibili conseguenze per la terraferma, sono state simulate in uno studio del ricercatore dell'Alma Mater di Bologna, Achilleas Samaras, pubblicato su Ocean Science. In caso di un terremoto di magnitudo 7 fuori dalle coste della Sicilia, secondo la simulazione realizzata al computer, le aree costiere sarebbero allagate fino a 5 metri sopra il livello medio del mare. «Il terremoto di magnitudo 7.2 che distrusse la città di Messina nel 1908 - spiega il direttore dell'Igag Cnr Paolo Messina - uccise circa centomila persone. Ma in migliaia morirono perché quanti videro distrutta la loro casa cercarono riparo sulla costa, dove vennero poi travolti dallo tsunami scatenato dal sisma». Naturalmente, a scanso di inutili allarmismi, va precisato che non tutti quelli che sono tecnicamente dei maremoti, sono tsunami distruttivi. «Che si possa creare un'onda anomala di capace di minacciare le coste, è un evento raro ma non improbabile», spiega Dimitri Dello Buono, scienziato salernitano direttore del laboratorio geoSDI del Cnr.

Ma i rischi di un maremoto, sono legati anche a possibili frane sottomarine, e ai cospicui fenomeni vulcanici che interessano i fondali del Mediterraneo. Interessante, e molto dibattuto, il caso del vulcano Marsili, inabissato ma ancora attivo, che si trova a 150 chilometri dalle coste della Campania. Un colosso lungo 70 chilometri e largo 30, alto 3mila metri, che vede la sua vetta dislocata a 450 metri dalla superficie del mare. I rilevi della nave Urania, hanno stimato che contenga al suo interno una colonna di magma incandescente di quattro chilometri per due. Un eventuale cedimento franoso - ha spiegato il sismologo Enzo Boschi, «potrebbe muoverebbe milioni di metri cubi di materiale, che sarebbe capace di generare un'onda di grande potenza».
Anche in questo caso, non è il caso di cedere a sensazionalismi. La parola d'ordine, tra gli studiosi è soltanto una: monitoraggio.
Domenica 30 Ottobre 2016, 10:19 - Ultimo aggiornamento: 30-10-2016 18:12
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COMMENTA LA NOTIZIA
2 di 2 commenti presenti
2016-10-30 18:25:48
"Anche in questo caso, non è il caso di cedere a sensazionalismi. La parola d'ordine, tra gli studiosi è soltanto una: monitoraggio." Se le conclusioni sono queste, perchè quel titolo?
2016-10-30 16:36:18
Ti dico : il Marsili ti fa paura. A nnuje nun'ge passa manche p'a' capa.

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