11 settembre, il lato oscuro della Storia

di Biagio de Giovanni

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Quindici anni dall’11 settembre. La più grande sfida che l’America abbia mai dovuto subire sul proprio territorio; imprevedibili, sorprendenti le tecniche di realizzazione, quell’11 settembre; il segno della fine delle guerre tradizionali tra gli stati; lo scricchiolio dell’egemonia americana, una nazione che, vinta la guerra fredda, si apprestava a governare un mondo finalmente unipolare; l’inizio di una nuova storia, non della fine della storia che sembrava essersi conclusa con l’apologia del mercato e della democrazia; la storia che sempre sorprende chi pretende di rinchiuderla dentro la griglia del proprio pensiero. 

Una storia che si caricava di ombre, non per la tragicità dell’attentato in se stesso – tante cose terribili ha vissuto la storia dell’uomo, quel “mattatoio” che è la storia, come un grande filosofo la definì. Ma perché un’ombra nera si distendeva sull’orizzonte del mondo, la scena appariva dominata da potenze che hanno in orrore la luce e lavorano - lavoravano - in anfratti di caverne lontane, e da lì, coperti dall’ombra più spessa, riuscivano a colpire la più grande potenza del mondo. L’impressione dunque che tutti avemmo fu che gli equilibri della storia finivano, gli equilibri pensati, misurati sulla forza dell’economia, sull’altezza delle idee, sulla capacità di progresso dell’umanità, sull’espansione della civiltà sempre più una, sempre più capace di reciproco riconoscimento. 

All’orizzonte si muovevano oscuri fondamentalismi che sembravano appartenere a un’altra fase della storia dell’umanità, ma poi, andando con la memoria a ciò che era stato capace di fare il mondo europeo della più alta cultura, lungo il 900 di ferro e di fuoco, ci si avvedeva che infine la storia non chiude mai la soglia bassa che la divide dall’abisso che essa porta dentro di sé, la vitalità cruda e verde di cui parlava Benedetto Croce. 
Tutto il bello della storia restava, dopo l’11 settembre, non era certo abolito di colpo, ma di fronte ad esso si disegnava una minaccia, tanto più incombente quanto più oscura, e l’America, capofila dell’Occidente, era l’obiettivo da colpire, il “satana” da abbattere. Tutti sapevamo che questo non sarebbe stato possibile, che in questione non era la vittoria di questo nemico oscuro, ma sapevamo che da allora la storia del mondo sarebbe cambiata. E così è stato, quella data fa da spartiacque. Se dovessi argomentare la ragione vera di questa affermazione – che rischia sempre di grondare retorica - essa sta nel fatto che, all’apertura del XXI secolo, muovendo da quell’episodio cruciale anche nella sua tragica simbolicità, è la struttura del mondo che è mutata, il terrorismo si è espanso dappertutto, sta in America, sta in Europa, sta negli stessi luoghi dove è nato. 

Ma non basta dire questo, che pure indica che si è aperto il tempo di una nuova guerra, dai contorni incerti, di volta in volta sorprendenti, con amici e nemici mischiati nello stesso territorio. È avvenuto molto di più. Come se il mondo, scosso da un equilibrio perduto o minacciato, si fosse messo a camminare, certe volte a correre, senza una meta, senza saper individuare un fine da raggiungere, e si fosse messo a far proliferare e a incoraggiare disordine. Non tutto, certo, nasce da lì, da quella data, ma talvolta le periodizzazioni della scena storica individuano un punto di partenza, quello che rompe le regolarità di una realtà ordinata, ordinabile. Da allora, ecco il punto, la realtà non si presenta più ordinata, ordinabile; è preda dell’eccezione, dell’evento improvviso, imprevisto che accende un gran fuoco che poi si spegne e poi si riaccende altrove. Da allora, per vie anche del tutto indirette e autonome, tutto si è rimesso in moto, ma in un movimento difficile a decifrarsi. Quel segnale dell’11 settembre, e le reazioni che seguirono, indicava che tutto il Medio Oriente iniziava a fibrillare, che il terrore, la guerra avrebbero rimesso in movimento masse sterminate in cerca di salvezza. Uno dei grandi calvari dell’umanità cui oggi più che mai assistiamo.

Ma proprio da allora, è mutato qualcosa nell’interiorità dell’Occidente, dell’America, dell’Europa. L’America, dopo la guerra in Irak, eleggeva come Presidente un uomo di pace, preso da una ideale tendenza cosmopolita, l’America capofila di un altro tipo di egemonia, costruita sul riconoscimento più che sullo scontro, anche questo un tentativo di risposta calibrata all’11 settembre. Ma con un risvolto che non vuol essere certo un giudizio su una azione di grande complessità, il risvolto di un essenziale ritrarsi dagli scenari più duri e sanguinosi, un ritrarsi pure da una più intensa relazione con l’Europa che nel frattempo ha incominciato a dibattersi nella più grande crisi che il suo progetto di integrazione abbia mai conosciuto. Un Occidente che si divide invece di unirsi; che rinuncia al Trattato transatlantico; dove la Gran Bretagna esce dell’Unione europea mettendone in discussione l’identità; dove, quasi per contrappasso, Trump concorre alla Presidenza d’America; dove torna l’asprezza della geopolitica di marca russa; dove democrazie illiberali diventano punti di passaggio obbligati di un futuro ordine possibile. 

Non è che tutto nasca dall’11 settembre, ma lì c’è una svolta. Ci si immaginava, fino ad allora, di poter dar vita a una globalizzazione addolcita, dove l’universalizzazione del commercio (e tanto altro) producesse civiltà, e così lo scambio delle esperienze in un mondo interdipendente, il sentore di un cambiamento nella storia del mondo dove si ampliassero le luci rispetto alle ombre, ma il mondo oggi si presenta tutt’altro. Non sorprenda, in questo quadro, la crisi dell’Europa. Per quanto ridotta nelle sue ambizioni, l’Europa è sempre un punto alto della coscienza del mondo, sia nei suoi sforzi di unità sia nelle sue divisioni e balbettii. Voglio dire che l’Europa resta un sismografo sensibile delle tendenze della storia. Il suo sperdersi nei rivoli della disunione segna, anch’esso, un tempo della storia, una difficoltà nel suo ritmo, indica un malessere del suo vivere non dovuto solo a difficoltà e insufficienze interne di un progetto politico. C’è qualcosa di più, la sensazione che si apra un tempo di grande disordine e che questo disordine non aiuti affatto l’Occidente (e l’Europa) a capire se stesso. Anzi il disordine divide. E il mondo sembra preda di esso. Però la storia è sempre dialettica, non si chiude mai, chi sa quale forma troverà per immettervi, e in qualche misura regolare, i grovigli vitali che si sono risvegliati. 
Domenica 11 Settembre 2016, 16:06 - Ultimo aggiornamento: 11-09-2016 16:10
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