Afghanistan, tornano liberi i bimbi di strada di Kandahar: erano finiti in carcere senza colpe

Martedì 25 Gennaio 2022 di Nicola Pinna
Alcuni dei bambini reclusi nel carcere di Kandahar

Sono occhi gonfi di lacrime e non sguardi da criminali, quelli che si prestano alla telecamera. Mani piccole e già segnate dalla fatica, corpicini malnutriti e coraggio da uomini con molte disavventure alle spalle. La paura di questi bambini non ha certo bisogno di essere raccontata con le parole: si vede da lontano, si capisce senza aggettivi, si scorge dalle espressioni terrorizzate, dalle mani livide e dalle guance piene di graffi. Dalla polvere sulle guance e da quella ricerca continua di conforto. Cresciuti senza affetti e senza una casa sicura, i più piccoli disperati di Kandahar si sono ritrovati in un luogo che non conoscevano. L'illusione che fosse un luogo per giocare, per loro, è durata poco, perché quello spazio polveroso dove ogni tanto si poteva anche correre era il cortile di un carcere. Un angolo circondato dalle grate e dal filo spinato, sul quale si affaccia la sofferenza e dove i bambini non ci dovrebbero mai essere.

 

Nel caos dell'Afghanistan che sembra essere uscito dall'attenzione internazionale, dove si consuma un dramma umanitario che i media di tutto il mondo mostrano poco, una storia a lieto fine c'è. E merita di essere raccontata. Senza troppa enfasi, perché se è vero che i bambini di Kandahar sono finalmente usciti da quel carcere, di certo non si può dire che il loro futuro da ora in poi sia roseo e felice. Di buono c'è però che la loro vita non sarà più dietro alle sbarre. Almeno finché il governatore talebano della regione manterrà l'impegno che ha assunto con il team di Unicef, arrivato in quel carcere per assistere di persona al dramma dei bambini rinchiusi senza avere una colpa. Se non quella di essere stati abbandonati, di aver perso la famiglia e di essersi ritrovati in mezzo alla strada, costretti a cercare cibo tra i rifiuti e a bruciare la plastica per scaldarsi.

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La vita di quei piccoli da ieri è cambiata e dietro a questa buona notizia c'è qualcosa di italiano. Perché a raccontare la vita disumana dei bambini di strada, detenuti senza condanna a Kandahar, è stato l'inviato della Rai, Giammarco Sicuro. In quel penitenziario, il cronista del Tg2, ci è arrivato dopo una lunga trafila: a iniziare dall'autorizzazione del ministero dell'informazione messo in piedi dai talebani, che in cerca di riconoscimento internazionale hanno deciso di mostrarsi al mondo con un volto diverso da quello di un tempo. L'idea della troupe italiana era quella di mostrare i luoghi di detenzione e i volti di chi dentro un penitenziario senza diritti ci è finito per aver sostenuto gli americani (e i loro alleati) e chi invece è stato recluso semplicemente per non aver rispettato le regole del governo islamista. Ma una volta dentro è balzata agli occhi una brutta sorpresa: i bambini. Malnutriti, abbandonati a loro stessi, rassegnati all'illusione di potersi concedere il lusso di una corsa in mezzo alla polvere. «Passavano il tempo senza far nulla, abbandonati a loro stessi, anche se poi alcuni si occupavano di stendere le coperte e i panni degli altri carcerati – racconta il giornalista della Rai – Quando ho fatto il giro del penitenziario, dove erano ammassati tossicodipendenti, omosessuali e donne che non hanno rispettato le leggi imposte dai talebani, ero ossessionato da un'idea: capire la storia di quei bambini. Ce n'erano già tanti e quando noi eravamo lì dentro è arrivato un furgone che ne ha scaricati altri venti, tutti recuperati nel corso del rastrellamento settimanale lungo le strade della città. Appena ho finito di registrare le immagini autorizzate dalle istituzioni locali, ho tentato di sfruttare i minuti per registrare le immagini di quei piccoli». Ma il direttore del carcere non ha gradito troppo e il tempo a disposizione per tenere la telecamera accesa è finito.

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Il servizio è andato in onda nei tg italiani e la storia dei bambini di strada di Kandahar ha avuto per fortuna un secondo tempo. L'attenzione dell'Unicef e una mediazione che è scattata quasi immediatamente. Il team delle Nazioni Unite che rivolge la sua attenzione al dramma dei più piccoli ha messo in campo subito tutte le sue capacità diplomatiche. E alla fine il governatore ha ceduto: le porte del carcere si sono riaperte e i bambini hanno ricominciato a vivere e giocare. Ospiti di una comunità, curati sotto lo sguardo attento dell'Unicef e con una piccola speranza in più. Senza genitori, ma liberi, con la speranza di correre e fare molta strada, lontano dal quadrato polveroso e puzzolente intorno alle celle.

Ultimo aggiornamento: 19:49 © RIPRODUZIONE RISERVATA