Corruzione e pesos ko, l'Argentina balla di nuovo sul baratro

di Carmine Pinto

La banca centrale argentina ha alzato i tassi dal 15% al 60%. Una politica di questo tipo abbatterebbe qualsiasi economia europea. Invece per l'Argentina l'alta inflazione è un problema endemico oramai da quasi vent'anni. Negli anni passati, durante le presidenze radicali e filo bolivariane dei Kirchner, il governo propose alla comunità internazionale indicatori più bassi di quelli valutati dalle agenzie e dal Fondo Monetario. Fu un bluff inutile. Alla fine, nel 2014, dovettero ammettere i dati reali, mentre la moneta subiva una svalutazione costante e precipitosa. L'Argentina andò per la seconda volta in default (dal 2001), finendo sistematicamente declassata da tutti gli osservatori di rating e gli investitori mondiali.

La patata bollente è stata raccolta da Mauricio Macri, il presidente eletto a furore di popolo contro la famiglia Kirchenr, conservatore, liberale, deciso e carismatico. Ma l'eredità era tremenda da gestire. Nell'America Latina del 2015 la crescita è generale, in alcuni casi imponente, a partire dal poderoso sviluppo del Cile o del Perù (e con le tragiche eccezioni del Venezuela e di Cuba), la situazione argentina quindi paradossale. Macri le ha tentate tutte. Dopo infinite trattative ha concordato un piano di aiuti triennale con l'Fmi. Ieri ha chiesto di anticipare le risorse promesse, per evitare il terzo default ed impedire un giudizio di insolvibilità dei mercati sul paese. Nonostante questo, il peso, la moneta nazionale, è in caduta libera, con tutte le conseguenze del caso, visto che il 2019 sarà un anno elettorale
CONTINUA A LEGGERE L'ARTICOLO:
  • Accesso illimitato agli articoli
    selezionati dal quotidiano
  • Le edizioni del giornale ogni giorno
    su PC, smartphone e tablet
SCOPRI LA PROMO



Venerdì 31 Agosto 2018, 11:00
© RIPRODUZIONE RISERVATA




QUICKMAP