Battisti, fine della fuga: tradito dal vizio dell'alcol e dai messaggi su Facebook

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di Cristiana Mangani

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Ciondolava come un cittadino qualunque per le stradine di Santa Cruz de La Sierra, il terrorista dei Pac, Cesare Battisti. Anche se non era affatto tranquillo: questa volta era diverso, e lui lo sapeva. Il neo presidente brasiliano gliela aveva giurata, e la rete di protezione si era indebolita dopo la caduta di Lula. Sarà per questo che da qualche tempo aveva cercato rifugio in una altra via di fuga, quella dell'alcool. Beveva molto, gli investigatori hanno accertato anche questo. Tanto che al momento dell'arresto gli uomini della polizia boliviana, quelli dell'Interpol, gli 007 dell'Aise e dell'Antiterrorismo che gli stavano addosso, si sono resi conto che era alticcio. A fregarlo, poi, è stata anche quella frenesia di cercare aiuto attraverso i social, soprattutto su Facebook, sintomo di confusione e di una grande debolezza. Si collegava abitualmente per comunicare con gli amici e i parenti. Tanto che è stato accertato che tra chi ha coperto la sua latitanza, ci sono alcuni italiani, brasiliani e boliviani: una decina di persone complessivamente.

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LE INTERCETTAZIONI
Sono riusciti a incastrarlo così, proprio leggendo le sue mail, la corrispondenza, intercettando telefonini, suoi e delle persone più vicine: 15 in tutto, dei quali tre usati esclusivamente da Battisti e cambiati di continuo. Gli investigatori lo hanno individuato grazie al sistema di localizzazione e al monitoraggio delle utenze di chi gli stava accanto, e hanno registrato tutti i movimenti. Così quando è arrivata anche la segnalazione di un vicino di casa in Bolivia, che lo aveva riconosciuto dall'identikit in circolazione, hanno saputo che si era fatto crescere il pizzetto. Quando lo hanno preso, indossava maglietta e jeans neri, e cercava di coprirsi il volto con occhiali scuri, ma era impossibile non capire che era lui.
Le intercettazioni disposte dal sostituto pg Antonio Lamanna e dall'Avvocato Generale Nunzia Gatto che, da Milano seguivano le indagini, hanno fatto il resto. «C'è stata una rete di protezione che lo ha aiutato e sulla quale stiamo facendo accertamenti - conferma il direttore dell'Antiterrorismo Lamberto Giannini - Essere latitanti implica una serie di spostamenti e contatti, il monitoraggio e la nostra presenza sul territorio ci ha consentito di rintracciarlo e di stargli addosso».

Gli investigatori italiani, infatti, hanno sempre saputo dove stava, sin dal mese precedente, quando ha deciso di passare il confine tra il Brasile e la Bolivia probabilmente a Corumbà, città nel Mato Grosso do Sul dove era già stato fermato due anni prima. Cercava qualcuno? Sapeva a chi appoggiarsi? Per la polizia non ci sono dubbi, anche perché a prenderlo è arrivata una macchina direttamente dalla Bolivia, segno che la rete di protezione era estesa pure lì. È a quel punto che sono entrate in azione le autorità boliviane, alle quali quelle italiane hanno girato le utenze telefoniche e le indicazioni necessarie per non perderlo mai di vista. Da qui sono stati organizzati pedinamenti. Con il passare dei giorni Battisti ha ridotto i contatti e il cerchio si è stretto a tre utenze, quelle chiave che hanno consentito di individuarlo con certezza.

IL DOCUMENTO
Quattro giorni fa è stato rintracciato nei pressi dell'aeroporto di La Paz, la capitale boliviana. Poi l'ultima indicazione: Santa Cruz de La Sierra, cittadina nel cuore del paese sud americano. Ed è lì che è stato intercettato per strada. Una volta bloccato ha fatto finta di non capire: ha parlato in portoghese dicendo di non avere i documenti. È stato portato in caserma mentre gli investigatori arrivati dall'Italia, lo tenevano d'occhio. Allora ha capito che era finita e ha tirato fuori dalla tasca il documento brasiliano. Un documento autentico, il suo, con stampato il nome di Cesare Battisti.
 
Lunedì 14 Gennaio 2019, 07:16 - Ultimo aggiornamento: 14-01-2019 11:37
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