«Rapire la blogger», sventato a New York il blitz degli 007 iraniani contro Masih Alinejad

Giovedì 15 Luglio 2021 di Flavio Pompetti
«Rapire la blogger»: sventato a New York il blitz degli 007 iraniani contro Masih Alinejad

Rapimento a New York, imbarco forzato su un motoscafo ad alta velocità, e fuga verso i lidi amici del Venezuela, da dove poi sarebbe stato gioco facile organizzare il trasferimento in Iran. Questo è uno dei piani che quattro spie iraniane avevano ideato per mettere le mani sulla odiata connazionale giornalista naturalizzata negli Usa: Masih Alinejad, colpevole di aver raccolto testimonianze sulle violazioni dei diritti civili nel suo paese natio, e di averle pubblicate negli Stati Uniti. Il dipartimento di Giustizia di Washington ha descritto i preparativi dell'operazione, per fortuna mai realizzata, nell'atto di incriminazione contro i quattro agenti, oggi tutti in salvo in Iran, più un iraniano-statunitense che vive in California, e che si sarebbe offerto come basista per l'operazione orchestrata dall'intelligence di Teheran.

Le spie sarebbero arrivate tre anni fa negli Usa per realizzare la missione. In un primo momento hanno assunto investigatori privati per far sorvegliare Alinejad, spacciandola per una ricca cittadina di Dubai che aveva lasciato gli Emirati senza pagare un salato conto delle tasse. Poi sono passati a mandare inviti fasulli alla giornalista, fingendo che provenissero da familiari lasciati in patria e che desideravano incontrarla in Turchia. L'Fbi ha presto fiutato la pista; ha avvertito la donna della minaccia in corso, e ha aiutato lei e il marito a traslocare in una serie di appartamenti sicuri a New York, nei quali i due si sono nascosti mentre procedevano le indagini. Alinejad lavora per Voice of America, l'emittente internazionale mediante la quale gli Stati Uniti fanno arrivare il loro messaggio di libertà e democrazia in molti paesi nei quali l'informazione è oscurata dalla censura. 

La giornalista che vive a Brooklyn ha ospitato nelle sue trasmissioni testimonianze video di ex concittadini dissidenti che denunciavano pressioni che avevano subito per mano della polizia iraniana; casi di cittadini torturati durante gli interrogatori, o letteralmente scomparsi in seguito ad un arresto. Il suo ruolo di disinformatrice è stato più volte denunciato in Iran, che l'ha bandita dal tornare nel proprio territorio. L'intelligence iraniana è da tempo a caccia di simili traditori.

Nel 2019 i suoi agenti di intelligence hanno eseguito con successo un simile piano in Francia, dove il giornalista Ruhollah Zam è stato convinto ad uscire dal paese ospitante, e mesi dopo è riemerso in patria, dove è stato condannato a morte con l'accusa di sedizione ed è stato impiccato. Qualcosa nell'operazione newyorkese deve essere andata storta. Le spie si sono forse rese conto che l'Fbi era sulle loro tracce, e hanno abbandonato il paese prima di poter essere arrestati. A questo punto l'agenzia statunitense ha deciso di rivelare quanto aveva scoperto sul loro conto. 

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Il portavoce del ministero degli esteri Saeed Khatibzadeh rigetta l'accusa nei confronti dei suoi quattro cittadini: «È così ridicola da non meritare alcuna considerazione». Il governo di Teheran è impegnato al momento nel negoziato con gli Usa per il rilascio di reciproci prigionieri, e accusa la controparte di volere dotarsi di altri arresti, da usare nello scambio. La trattativa è il primo passo di riavvicinamento tra i due paesi dopo lo strappo di Donald Trump dal Jcpoa e l'imposizione di nuove sanzioni.

Se i colloqui andranno in porto senza problemi, il passo successivo potrebbe essere la riapertura della discussione per un ritorno degli Stati Uniti all'interno dell'accordo sul nucleare iraniano, e l'abolizione dell'embargo che ora grava su tutte le attività commerciali del paese, sia nello scambio diretto con gli Usa, che in quelli con ogni altro partner internazionale preoccupato di mantenere un buono stato dei rapporti con la diplomazia di Washington.

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