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Boris Johnson in crisi, una donna a Downing Street: ecco chi sono le favorite

Giovedì 7 Luglio 2022 di Chiara Bruschi
Boris Johnson in crisi, una donna a Downing Street: ecco chi sono le favorite

La fiducia risicata dello scorso 6 giugno, quando Boris Johnson aveva convinto solo 211 su 359 Tory, aveva lanciato un segnale chiaro, nonostante il suo ottimismo: la sua poltrona di leader partito Conservatore e di conseguenza quella di Primo ministro - aveva i minuti contati. Troppi gli scandali, troppe le scuse raffazzonate. Le altrettante bugie avevano minato la fiducia dell'elettorato nei confronti della sua leadership e dell'intero partito. Nel sistema politico britannico, infatti, il rapporto tra i membri del parlamento e gli elettori che formano le cosiddette consituency - è molto diretto e si basa su incontri periodici che si svolgono anche faccia a faccia. La rabbia e la delusione dell'elettorato conservatore dopo il partygate, il pestminster (gli scandali sessuali in parlamento) e, in aggiunta, la crisi economica, hanno aggiunto benzina su un fuoco che stava bruciando sempre più rapidamente e che ha costretto i membri del parlamento a dare ascolto al malcontento dei propri elettori ben prima del previsto.

Trenta giorni dopo quel voto di fiducia la rivolta dei Tory sembra essersi compiuta e la spada di Damocle si è abbattuta su Bojo più in fretta rispetto al suo predecessore (a Theresa May ci erano voluti poco più di cinque mesi dal voto di fiducia, prima di dimettersi). Come accaduto nel 2019 con l'allora prima ministra, non appena i Tory saranno riusciti a destituirlo, dovranno eleggere un nuovo leader per rimettersi al lavoro e prepararsi alle elezioni politiche del 2024. 

Nelle scorse settimane, infatti, i Tory hanno perso i seggi di Wakefield e Tiverton appartenuti a due conservatori dimissionari perché accusati di molestie sessuali. Al loro posto sono stati eletti un deputato laburista e un liberal democratico. Sconfitte amare che fanno sempre più paura, soprattutto mentre si interrogano da tempo su un potenziale successore.

Quando un primo ministro lascia l'incarico, infatti, il partito Conservatore deve eleggere un nuovo leader. La prima fase delle votazioni ha l'obiettivo di selezionare due candidati, i quali poi si sfideranno l'uno contro l'altro. Il totonome dell'era post Johnson è già cominciato. In quanto a popolarità, emerge Ben Wallace, il ministro della Difesa, molto apprezzato per aver guidato il Regno Unito a fianco dell'Ucraina. Ma soprattutto c'è Liz Truss, ministra degli Esteri e persona con la più longeva esperienza nel governo, avendo lavorato anche coi predecessori di Johnson, Theresa May e David Cameron. E sempre la Truss è colei che ha presentato in Camera dei Comuni la legge per annullare parte del protocollo dell'Irlanda del Nord. Il Times lo scorso dicembre l'aveva definita «una nuova Margaret Thatcher». 

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Un'altra donna, secondo alcuni giornali inglesi, è in lizza con ottime probabilità di essere eletta dai suoi colleghi di partito. Si tratta di Penny Mordaunt, impegnata come ministro per la politica commerciale estera e molto popolare tra i Tory, 48 anni, sostenitrice della Brexit, ex ministra della Difesa con Theresa May. Niente da fare invece per Priti Patel, ministra dell'Interno. La sua nuova legge contro l'immigrazione clandestina non ha dato i frutti sperati: gli arrivi dei gommoni di fortuna sono in continuo aumento e il primo aereo per il Ruanda non è nemmeno riuscito a decollare, bloccato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. Rishi Sunak, l'ex cancelliere dello Scacchiere che si è dimesso martedì sera, era tra i favoriti prima che venisse travolto da un'ondata di impopolarità, causata dall'aumento delle tasse, dalla multa per aver partecipato al compleanno di Boris durante il lockdown, e dalla notizia che la moglie miliardaria Akhshata Murty non stava pagando le tasse nel Regno Unito grazie a un escamotage. Una scorciatoia legale che però si è trasformata in un boomerang per la carriera politica di Sunak: difficile difendere questa decisione davanti ai bilanci dello Stato, sempre più in ginocchio per le conseguenze della pandemia. 

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