Sola e sconfitta: l'addio tra le lacrime della May, la lady di gomma

Sabato 25 Maggio 2019 di Cristina Marconi

LONDRA - In rosso come quando è agguerrita, in lacrime come una leader che ci ha tenuto davvero. È finita così la cronaca di una morte (politica) annunciata e inevitabile, quella di Theresa May, premier che dalla sciagurata decisione di indire elezioni anticipate nel 2017 ha perso un pezzo dopo l'altro in mondovisione, incassando colpi e sconfitte durissime con un militaresco senso del dovere. Una Lady di Gomma, sopravvissuta alla stagione politica più difficile della storia britannica del dopoguerra solo grazie a una tetragona forza di volontà e a un'impassibilità tutta britannica che ieri, nel momento dell'addio, le è valsa tante manifestazioni di simpatia e di compassione da parte del pubblico.
 
Eppure ne ha fatti di errori, Theresa, ne ha disseminati di ostacoli sul suo stesso cammino da quando, all'indomani del risultato referendario del 23 giugno del 2016, è emersa come la persona più responsabile e adatta a portare il paese fuori dall'Unione europea. La si paragonava a quelle ragazze che non bevono durante le feste e che poi possono riaccompagnare, in tutta sobrietà, gli altri a casa. Encomiabile, salvo che si rischia di passare per antipatici e la May antipatica lo è. Donna rigida, vendicativa, incapace di mediazione e di compromesso, se l'è dovuta vedere con ben trentasei dimissioni da parte di ministri e sottosegretari e con una serie infinita di rimpasti. L'hanno tradita tutti, si racconta che ieri nessuno abbia cercato di fermarla quando ha deciso di dimettersi, non aveva creato consenso intorno a sé. Eppure sul piatto stava mettendo un'offerta di quelle ghiotte sia per la destra che per la sinistra: vi risolvo la Brexit, poi me ne vado e vi lascio un paese pronto a guardare al futuro, per qualunque cosa potrete dire che è stata tutta colpa mia. Niente, non è bastato. Il no deal, d'altra parte, l'ha praticamente inventato lei tutte le volte che è andata ripetendo all'infinito che «nessun accordo è meglio che un cattivo accordo». I «cittadini di nessun luogo», definizione sprezzante dei 3 milioni di europei che vivono e pagano le tasse nel Regno Unito, è una frase che segnerà un'epoca. Come ha osservato con estrema lucidità Caroline Lucas, la leader dei Verdi, «benché la May avesse una straordinaria mancanza delle qualità negoziali di cui avevamo bisogno, la verità è che le è stato dato un compito impossibile. Non puoi realizzare una hard Brexit' ed evitare un confine fisico in Irlanda del Nord, nessun nuovo primo ministro potrà riuscirci». Ma qualcuno potrà approfittare del lavoro sporco fatto con pazienza certosina dalla May per dare una spolverata all'accordo con Bruxelles, cambiare qualcosa nella dichiarazione sulle relazioni future, unica parte su cui la Ue accetta l'ipotesi di un rimaneggiamento, e usare un capitale politico che lei non aveva più da tempo per superare l'ostacolo. Sotto un timido sole, la figlia del vicario bravissima a scuola, finita a Oxford a studiare geografia, proprio lei che la geografia del Regno Unito ha cercato di cambiarla, vestita di un rosso appena più chiaro del vinaccia con cui Margaret Thatcher uscì da Downing Street parlando di sé stessa usando il noi' e compiacendosi di lasciare il Regno Unito in condizioni migliori di come l'aveva trovato, la May ha sottolineato «l'enorme e perdurante gratitudine che ho per aver avuto l'opportunità di servire il paese che amo». La voce era rotta e le lacrime avevano preso a scendere, per la stanchezza e la frustrazione di dover andare via. È un miracolo che non l'abbia fatto prima, magari dopo una delle tre sconfitte parlamentari del suo accordo, o quando le crollarono le lettere dello slogan durante un discorso. Il suo predecessore David Cameron dopo aver dato le sue, di dimissioni, si allontanò dal leggio fischiettando con noncuranza mentre il paese si avviava verso il baratro. Ieri, intervistato nei pressi di un incantevole cottage in campagna, si è detto «disperatamente dispiaciuto» per quella che era stata la sua valida ministra degli Interni, durissima sull'immigrazione, implacabile sui dossier legati alle estradizioni di terroristi. Con le eterne scarpe leopardate, emanava un'immagine algida che andava bene per un ministro ma che da leader le è stata fatale. Maybot, l'hanno soprannominata, come un robot, una donna incapace di empatia che a un certo punto ha preso a ballare in pubblico per rendersi simpatica, che aveva promesso di essere forte e stabile e che invece ha catalizzato tutto l'odio di un parlamento che passerà alla storia come litigioso e inconcludente. Ora accoglierà Donald Trump nella visita di Stato e dovrà fare i conti con la sua eredità storica: essere stata la leader rigida e poco creativa di un'epoca di paralisi. Forte e stabile oltre ogni ragionevolezza.

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