Capitol Hill, il processo: lo sciamano, i suprematisti e la war room in hotel con gli uomini di Trump

Mercoledì 5 Gennaio 2022 di Anna Guaita
Capitol Hill, il processo: lo sciamano, i suprematisti e la "war room" in hotel con gli uomini di Trump

Con quel suo abbigliamento da scalcinato guerriero vichingo, Jacob Anthony Angeli Chansley aveva colpito l’immaginario collettivo. C’era chi l’aveva trovato simpatico e chi lo giudicava solo un buffone innocuo. Di certo, per un po’ ha fatto “trend”, tanto che varie riviste avevano indicato dove trovare i vari capi di abbigliamento che aveva sfoggiato. Diversa è stata l’opinione del giudice Royce Lamberth, che non si è fatto affascinare e a novembre lo ha condannato a 41 mesi di prigione per «aver ostacolato con condotta violenta il regolare svolgimento di una cerimonia ufficiale». Chansley, diventato noto come «lo sciamano di QAnon», era stato uno dei primi 30 insorti che si erano introdotti con la violenza nel Palazzo del Congresso il 6 gennaio dell’anno scorso, allo scopo di interrompere la procedura di ratifica della vittoria elettorale di Joe Biden. Le stesse telecamere della Camera lo hanno immortalato mentre grida che bisognava impiccare Mike Pence, il vicepresidente che si era rifiutato di disobbedire alla Costituzione e fare il gioco di Donald Trump. 

Lo sciamano è uno dei 165 insorti identificati e già condannati, ma altre centinaia aspettano il proprio turno davanti ai giudici. Ed è probabile che tutti questi casi non si risolvano prima dell’estate. Sono oramai più di sei mesi che 9 deputati della Camera e 19 giudici federali del distretto di Washington lavorano a ritmo accelerato per concludere quella che è stata definita «la più grande inchiesta e azione penale della storia americana». I due gruppi lavorano su binari diversi: la Commissione Inquirente della Camera deve chiarire chi e come abbia organizzato l’insurrezione del 6 gennaio; i giudici processano gli esecutori materiali dell’attacco al palazzo del Congresso. Chansley è stato forse il più conosciuto degli insorti condannati, ma altre facce note, come quella di Russel James Peterson, l’uomo che si stravaccò sulla sedia di Nancy Pelosi profferendo frasi offensive in direzione della speaker della Camera, o come quella di Riley June Williams, che rubò il laptop di Nancy con l’intenzione di venderlo ai servizi segreti russi, hanno avuto già il primo incontro con i giudici e rischiano tutti vari mesi di carcere. Gli appuntamenti più interessanti devono ancora arrivare, in particolare quelli con i miliziani delle associazioni suprematiste degli Oath Keepers e dei Proud Boys, che sembra abbiano avuto diretti contatti strategici con le «menti» che hanno organizzato la manifestazione del 6 gennaio. Alcuni di loro erano stati visti la sera precedente in un noto albergo di Washington dove si trovavano i principali consiglieri di Trump, da Steve Bannon a Rudy Giuliani a John Eastman. 

 

Nell’albergo sarebbe stata creata una «war room» a cui facevano capo le varie componenti della manifestazione «Stop the Steal», “Fermate il furto”, basata sull’infondata teoria che le elezioni fossero state «rubate». Le indagini sulla war room sono appannaggio della Commissione della Camera, composta da nove deputati, di cui solo due repubblicani. La commissione sarebbe stata divisa equamente fra i due partiti se il capogruppo repubblicano, Kevin McCarthy non avesse fatto pressioni sulla Pelosi perché includesse alcuni membri chiaramente compromessi con Donald Trump e il suo gruppo di consiglieri eversivi. Le stesse indagini della Commissione hanno confermato, per esempio, che il deputato Jim Jordan, proposto da McCartyhy, era in contatto telefonico con la war room mentre avveniva l’attacco.

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La Commissione ha ascoltato 300 testimoni e ha ricostruito particolari inediti, come il fatto che Trump se ne stesse seduto nel suo studio a guardare la telecronaca dell’attacco al Congresso, rifiutandosi di richiamare all’ordine i suoi seguaci nonostante le suppliche che arrivavano anche dai suoi familiari, come Ivanka, e dai suoi sostenitori, come i giornalisti della Fox. Si è scoperto che Trump voleva sostituire in extremis il ministro della Giustizia con uno che gli prometteva di abolire i risultati elettorali in alcuni Stati. Molte cose, però, non sono ancora chiare, e chi le conosce si rifiuta di parlare. Bannon, consigliere di Trump, è stato incriminato per aver disobbedito a un mandato di comparizione e sarà processato a luglio. Stessa sorte rischia l’ex capo dello staff Mark Meadows. La Commissione promette che entro l’estate sarà in grado di presentare una prima stesura del rapporto, con una serie di udienze pubbliche che dovranno servire da monito perché simili attacchi alla democrazia non si ripetano.

Ultimo aggiornamento: 16:05 © RIPRODUZIONE RISERVATA