Coronavirus in Brasile, la fiction di Bolsonaro rimasta senza audience

Sabato 23 Maggio 2020 di Marco Ciriello

Il Brasile dell'era di Jair Bolsonaro sembra seguire l'andamento dei colpi di scena delle serie tivù americane. Ogni giorno (o puntata) c'è una sua dichiarazione che, bordeggiando l'assurdo e dimenticando la saggezza richiesta in una pandemia, stupisce, e sempre in peggio: un ministro che si dimette, un governatore che protesta, una inchiesta che parte, un incendio che consuma l'Amazzonia, mentre si consumano contagi e morti da Covid-19. Tutti i colori del Brasile sono appiattiti e ridotti a dinamica dello scontro, come succede negli Usa con Donald Trump. Il continente americano è compresso da queste due personalità inquiete che si somigliano e accelerano su azioni e linguaggi politicamente scorretti, agendo da attori di serie tivù più che da presidenti.

Ma mentre gli Usa hanno molte difese dal sistema politico al giornalismo indipendente il Brasile in questi mesi è apparso debole e disarmato rispetto a un ex capitano incapace di fronteggiare la pandemia, che intanto illustrava il resto dei suoi difetti.

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Bolsonaro è raccontabile in tre parole: mistero, crisi, violenza. I misteri riguardano la sua ascesa, complice la delegittimazione e defenestrazione degli ex presidenti Lula e Dilma (narrate nel documentario The Edge of Democracy di Petra Costa) attraverso le dubbie inchieste del giudice Sérgio Moro, poi divenuto ministro della Giustizia del governo Bolsonaro e ora dimissionario e suo principale accusatore. Qualche giorno fa si è dimessa Regina Duarte, ministra della cultura, durante i primi mesi della pandemia si sono dimessi due ministri della sanità, Luiz Henrique Mandetta e Nelson Teich (medici), e Bolsonaro ha nominato un generale: Eduardo Pazuello, come se davvero la pandemia fosse una guerra. In ogni caso la sta perdendo, sia sul piano sanitario che su quello economico. Perché la seconda parola che lo riguarda è crisi, dei consensi e di governo: il politico della semplificazione sta scoprendo la complessità degli eventi, con l'aggiunta del virus che lo costringe ad agire non ad annunciare: il 64% dei brasiliani disapprova le sue scelte, con una disoccupazione all'11%, il consenso per Moro che è al 57%, e con davanti una perdita di almeno 5 punti del Pil. Il duro niente a che vedere con i cangaçeiros, i banditi-contadini del Grande Sertão che al posto della mano aperta saluta con il pollice ed indice a disegnare una pistola, giorno dopo giorno, rosicchiato da numeri e fatti, sta tornando l'oscuro deputato che per 27 anni è rimasto nei sottoscala dalla politica, l'uomo medio con opinioni orribili e si arriva alla violenza capace, nella dichiarazione di voto per l'impeachment di Dilma Rousseff, di esaltare un altro capitano dell'esercito, Carlos Alberto Ustra, riconosciuto come torturatore di Dilma negli anni della resistenza alla dittatura.
 


È la disinvoltura la forza di Bolsonaro, passa con leggerezza da un annuncio terribile a uno assurdo, come quando negava la portata del Covid-19, ma dietro questo suo essere scomposto c'è la ricerca dell'identificazione col brasiliano medio, e la rimozione superficiale delle radici del paese costretto ad americanizzarsi, nel senso peggiore del termine. Bolsonaro è un uomo volgare e violento, ma il fatto che la sua volgarità e la sua violenza non siano mediate, prima di spaventare, sorprende, le sue opinioni: dal virus alla dittatura militare (1964-1985) colpevole di torturare e non uccidere arrivano fino ai suoi figli che preferirebbe morti piuttosto che gay, questi ultimi da curare come malati, come i poveri da controllare come polli in batteria dalla riproduzione ai consumi. E poi ci sono i morti, ora in Brasile contano quelli del virus (20.112), ma prima ci sono quelli persi per strada perché scomodi, quelli come Marielle Franco, sociologa e consigliera comunale a Rio de Janeiro, uccisa in un agguato e ancora senza giustizia, nonostante diverse ipotesi che passano tutte per i gruppi paramilitari di ex poliziotti legati in vari modi alla famiglia Bolsonaro. Per un presidente che saluta con il gesto della pistola e promette armi e sicurezza dovrebbe essere una priorità scoprire chi ha ucciso una ragazza nel marzo 2018 che voleva un Brasile migliore, fosse solo per togliere il dubbio delle accuse mosse da O Globo e sulle quali ora si è buttato Sérgio Moro. Ma niente. Che poi, Bolsonaro, la violenza l'ha anche subita in campagna elettorale fu accoltellato ma invece di moderarsi ha aumentato la rabbia. Alla fine sarà l'economia a inghiottirlo, l'ambizione a consumarlo, e non la fragile democrazia brasiliana di cui è un sintomo. Il Brasile somiglia sempre più al personaggio interpretato da Sônia Braga in Aquarius il film di Kleber Mendonça Filho: cerca di resistere e conservarsi libero e selvaggio, mentre intorno fanno di tutto per trasformarlo e asservirlo.

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