I «martiri» delle proteste di Hong Kong, in aumento i suicidi tra i ragazzi di 20 e 30 anni

Foto di Joshua Wong, via Twitter
di Erminia Voccia

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«Non dimentichiamo i compagni che abbiamo perso. Se ci arrendiamo, Hong Kong morirà». Scrive così su Facebook Agnes Chow, studentessa e attivista arrestata per aver preso parte alle proteste nell’ex possedimento britannico. A ricordare il sacrificio dei “martiri” scomparsi per la democrazia ci sono candele, fiori bianchi e le ali di carta degli origami a forma di gru.

La legge sull’estradizione, condannata perché avrebbe facilitato il trasferimento dei criminali da Hong Kong alla Cina ma anche dei dissidenti, è stata ritirata formalmente dalla governatrice filocinese Carrie Lam. Era stata dichiarata “morta” lo scorso luglio sulla scia delle dimostrazioni. La legge è morta. Ma non è la sola. Sarebbero almeno 9 i casi di suicidio per ragioni politiche, perché davanti alla prospettiva dell’autoritarismo cinese la fine della vita appare un'alternativa migliore, anche a vent’anni. La disperazione ha invaso Hong Kong più delle folle, più dell’esercito di attivisti non disposti a fare sconti a Pechino, pronti alla guerriglia con la polizia. Il disagio psicologico e mentale, motivato dalle condizioni sociali e politiche, negli ultimi mesi è cresciuto.


Foto Reuters

Il primo è stato un 35enne in impermeabile giallo che si è gettato da un’impalcatura nel centro di Hong Kong. L’uomo purtroppo ha mancato il materasso gonfiabile. Poco distante da lui aveva affisso uno striscione con la scritta: «Make love no shoot! No extradition to China!». Dopo, a lanciarsi nel vuoto è stata una ragazza di 21 anni. Prima di morire, aveva scritto un lungo messaggio su una parete, con della vernice rossa, chiedendo il ritiro definitivo dell’emendamento, il rilascio degli studenti incarcerati e le dimissioni di Lam. Il giorno seguente una 29enne si è gettata da un cavalcavia, anche lei poco prima aveva scritto un post sui social a favore delle proteste. L'ultima della lista, una ragazza di 27 anni, appena prima di morire ha incitato i manifestanti a tenere vivo il fuoco della proteste. Le chiese, racconta Los Angeles Times, aprono i cancelli anche di notte per accogliere chi scappa terrorizzato dagli scontri, in lacrime. In maggioranza sono ventenni. «Nel cuore hanno un vortice di emozioni. Sono soli. Non vogliono tornare a casa perché troverebbero genitori non in grado di capirli», dice il pastore Wong Siu-yung. Centinaia le telefonate ai gruppi di ascolto, ai terapisti. L’allarme lanciato dagli psicologi è chiaro: Hong Kong è in preda al disagio mentale e in troppi pensano al suicidio.

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Gli attivisti per quasi tre mesi hanno protestato perché l’emendamento alla legge sull’estradizione fosse messo in cantina, per sempre. Ci sono riusciti e hanno ottenuto una prima, notevole, vittoria. Ma nel frattempo la rabbia era cresciuta, come l’ostinazione a pretendere per il Porto dei profumi un sistema più democratico, diverso da quello vigente in Cina e che la formula "un Paese, due sistemi" dovrebbe garantire. La protesta è andata ben oltre la legge sull’estradizione e investe il futuro di Hong Kong, la sua unicità, il suo essere altro rispetto alla Cina continentale. Un senso identitario difeso anche dal movimento Hong Kong indigenous che a trovato in Leug, diventato famoso in seguito alla “rivoluzione delle polpette di pesce” del 2016, la sua stella polare. «Hong Kong non è la Cina», è la frase che ripetono gli attivisti.

Lo slogan dei manifestanti, da giugno riversati per le strade, era “Cinque richieste, non una in meno”. Le richieste sono scese a quattro e gli attivisti non sembrano disposti a fare concessioni. Resta da soddisfare le altre: una commissione di inchiesta davvero indipendente sull’uso eccessivo della forza da parte della polizia, amnistia per tutte le persone arrestate, oltre mille, il diritto a scegliere i rappresentanti politici e la fine della retorica cinese che definisce “sommosse” le manifestazioni popolari. L'inversione a U di Lam sembra solo un modo per non guastare la festa al presidente Xi Jinping prevista il primo ottobre, quando verrano celebrati i 70 anni della Repubblica popolare. Il "ramo d'ulivo" di Lam è troppo poco e arriva troppo tardi. «C’è un senso di frustrazione e di rabbia tra i giovani», aveva detto Paul Yip Siu-fai, direttore del centro per la prevenzione dei suicidi dell’University of Hong Kong. Tra i ragazzi di Hong Kong c'è la sensazione diffusa che niente è cambiato, niente sta cambiando, niente forse cambierà.

 
 
Domenica 8 Settembre 2019, 08:58 - Ultimo aggiornamento: 08-09-2019 18:13
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