Joshua Wong, la battaglia del giovane dissidente: «Hong Kong in ostaggio, violentato chi protesta»

Venerdì 29 Maggio 2020 di Luca Marfé

«Stabilità» contro «libertà».
Della prima parla la Cina, che con un voto praticamente unanime del suo Parlamento approva la legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong.
Della seconda, invece, parla proprio Hong Kong, quasi con la nostalgia di chi l'ha persa già.
2.878 voti a favore, 6 astenuti e soltanto uno contrario: l'ex colonia britannica adesso trema perché con una mossa senza precedenti Pechino si è messa in condizione di punire qualsiasi tentativo di sovversione o di secessione, configurando come rischio e terrorismo un comportamento disallineato rispetto ai dettami del Partito comunista. I manifestanti si riversano per le strade, ma gli agenti della polizia cinese sono ovunque e hanno ordini precisi: sparano proiettili di gomma ad altezza uomo, puntano idranti contro la folla, lanciano gas lacrimogeni e picchiano durissimo. Tra loro, un volto giovane, ma noto, già esperto, è quello di Joshua Wong, dissidente di Hong Kong, co-fondatore del Movimento degli Ombrelli, incluso dalla rivista Time come Influential Teens, candidato come Person of the Year, riconosciuto dalla rivista Fortune come uno dei più grandi leader del mondo e preso in considerazione per la nomina del Premio Nobel per la Pace. È lui che, raggiunto via Skype, apre una finestra su un'autonomia che teme persa.
 


Che cosa sta succedendo a Hong Kong?
«Con l'adozione della legge sulla sicurezza nazionale, la gente di Hong Kong può essere arrestata dai servizi segreti cinesi incaricati da Pechino. Con i processi che possono avere luogo non più ad Hong Kong, ma nella madrepatria Cina. Se qualcuno finisce in prigione, può essere trasferito nelle galere di Pechino e con la regolamentazione anti sovversione, in accordo con quanto stabilito dalla stessa Pechino, una volta che i leader di Hong Kong scendono in piazza o osano criticare il presidente Xi Jinping, chiunque di loro, di fatto chiunque, anche espatriati o stranieri, può essere arrestato ed estradato in Cina».

Pechino parla di una «stabilità necessaria».
«La Cina spera di porre fine allo schema un Paese, due sistemi per imporre quello di un Paese, un solo sistema, che sarà proprio il drammatico schema in vigore da adesso in poi».

Parliamo delle proteste. Ci sono feriti o morti, oltre il bollettino ufficiale?
«Più di 8.000 persone arrestate, più di 1.200 in attesa di processo e più di 100 manifestanti già in galera. Ci hanno sparato addosso con idranti, proiettili di gomma e gas lacrimogeni. Giovani studentesse liceali violentate a turno dagli agenti cinesi nelle stazioni di polizia. O manifestanti morti durante le proteste a causa delle botte prese o del gas respirato. Hong Kong si è già convertito in uno Stato di polizia».

Si vedono in strada anche cartelli raffiguranti il presidente degli Stati Uniti: Donald Trump è una speranza per Hong Kong?
«Non nutriamo nessuna speranza nei confronti del regime comunista, ma siamo ancora gente che spera. Allo stesso tempo, la speranza non viene soltanto dalla comunità locale, ma anche da quella globale. La speranza e la fede che abbiamo risiede anche nella società civile sparpagliata in tutto il mondo, quella che crede nella libertà e nella democrazia. Certo, vorremmo avere più leader mondiali che prendano una posizione chiara contro la legge sulla sicurezza nazionale, ma le azioni parlano più forte delle parole, quindi, al di là di ciascuna dichiarazione, gli Stati Uniti stanno ad esempio considerando di imporre delle sanzioni ai capitali rossi. Questa sarebbe un'ottima mossa per esercitare pressioni su Pechino».

Il segretario di Stato Mike Pompeo l'ha detto chiaramente, riportando al Congresso americano che «Hong Kong non è più autonoma dalla Cina», aggiungendo che «gli Stati Uniti sono accanto al popolo di Hong Kong». L'amministrazione Trump è l'unica cui interessa veramente il vostro destino?
«Ci sono diversi premier di Paesi europei che hanno già espresso il loro sostegno. In particolare, diversi ministri degli Esteri di alcuni Paesi dell'Unione europea avranno anche un meeting per discutere della legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong».

Pochi giorni fa lei ha mandato un messaggio chiaro all'Italia.
«Il nostro governo sembra troppo vicino alla Cina e tutti qui parlano della Belt and Road, cioè della cosiddetta Nuova via della seta. Siamo davvero troppo vicini a loro?».

Lei ha soltanto 23 anni. Come si immagina tra venti o trent'anni? Qual è il suo sogno più grande?
«Che un giorno Hong Kong possa essere un luogo di libertà e di democrazia. Noi speriamo davvero che arrendersi alla Cina non sia l'unica via per la Comunità Internazionale».

Ha paura per sé, per la sua vita?
«Affrontare la seconda superpotenza al mondo, nonché il primo regime autoritario al mondo, non è certo un compito facile. Ma la minaccia non può sconfiggerci. Anzi, ha reso ancora più forte la nostra determinazione». 

Ultimo aggiornamento: 18:46 © RIPRODUZIONE RISERVATA