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Libertà di stampa in Asia Orientale, Chang Ping e la lotta contro la censura cinese

Sabato 22 Settembre 2018 di Erminia Voccia
Il giornalista e scrittore cinese in esilio Chang Ping

Quando la notte prima del suo intervento l'interprete gli chiede di mandargli il discorso, Chang Ping risponde:«Non parliamo su WeChat, meglio WhatsApp o Telegram e … Hai una mail sicura?». Da almeno 30 anni Chang è testimone della rigida censura che governo di Pechino esercita sui media e sugli intellettuali. Sabato 22 settembre il reporter, collaboratore anche del New York Times e redattore di alcuni importanti quotidiani cinesi, come il South China Morning Post, ha partecipato al Festival del giornalismo civile “Imbavagliati” in corso al Pan. Durante l'incontro moderato da Ottavio Ragone, ha ripercorso i momenti più intensi della sua carriera e ha raccontato la sua personale esperienza di giornalista impegnato a spezzare “la Grande Muraglia della censura del Partito Comunista Cinese”.

Chang Ping, vincitore del Premio Human Rights Press di Hong Kong, è stato più volte vittima del controllo pervasivo del governo e, per i suoi articoli contro le politiche di Pechino, non gli è più permesso scrivere nel suo Paese. «Un mio collega mi ha telefonato, mi ha chiesto di tornare, rassicurandomi che non mi sarebbe successo nulla. Ma allora perché mi cercano?», ha detto Chang Ping, molto attento a dosare le parole. I suoi familiari sono stati rapiti a causa di un articolo che aveva scritto per il giornale tedesco Deutsche Welle. Nel testo Chang Ping faceva riferimento a una lettera aperta dove si chiedevano le dimissioni del presidente Xi Jinping. La reazione del giornalista al rapimento, "non mi fermerò, continuerò a scrivere”, ha colto di sorpresa le autorità cinesi e il mondo intero. Da anni Chang Ping vive in Germania, dove ha un visto che gli permette di esercitare la sua professione e di continuare la sua opera di “intercettatore delle password della libertà”.

Il giornalista cinese ha mosso i suoi primi passi come reporter ad Hong Kong e a quattro anni dalla rivoluzione degli ombrelli è convinto che per l'ex colonia britannica la situazione sia ulteriormente peggiorata. «È impossibile mantenere la soluzione di 'uno stato, due sistemi' perché il potere continua a controllare ogni aspetto della vita civile di Hong Kong». Chang Ping è anche un aperto sostenitore del movimento femminista cinese che considera parte della lotta per la giustizia sociale e per i diritti umani. Tali movimenti sono per il popolo cinese “uno strumento contro la dittatura e una forma di protesta contro l'autoritarismo”. Alla domanda se il #metoo sia o meno arrivato in Cina, Chang risponde: «Sì, ma la questione non è adeguatamente messa in risalto dai giornali, neanche quelli occidentali». Il reporter è anche tra gli autori della raccolta musicale “The Uncensored”, pubblicata su Spotify, Deezer e Apple music. I brani “Freedom Cage” e “Speech is Freedom” sono tratti dai suoi articoli e incitano alla libertà di parola e ad uscire dalla gabbia del potere politico.


La Cina è al quartultimo posto della classifica mondiale sulla libertà di espressione e di stampa stilata da Reporter Senza Frontiere. Lo ha ricordato Antonio Moscatello, giornalista esperto di Asia Orientale dell'agenzia askanews, intervenuto al dibattito. Moscatello ha spiegato che sono tanti i modi di esercitare un controllo sull'informazione, oltre alla censura diretta e alla prigione. «Ci sono Paesi che consideriamo più avanzati e democratici, come il Giappone – 63esimo nella classifica di RSF – in cui chi fa domande indiscrete viene isolato dagli stessi colleghi o viene escluso dalle conferenze stampa». La Corea del Sud, ha spiegato ancora Moscatello, di recente ha scalato 20 posizioni nella classifica di RSF, arrivando al 43esimo posto. «L'ex presidente Park, condannata a 24 anni per corruzione e abuso di potere, definiva i giornalisti 'funghi velenosi' e aveva scritto una lista di 9mila persone, tra reporter e intellettuali, da emarginare».

 

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