Maduro a Trump: «America Latina nuovo Vietnam, fermati o avrai le mani sporche di sangue»

Lunedì 4 Febbraio 2019 di Luca Marfé
«Férmati o avrai le mani sporche di sangue».

Nicolás Maduro traballa, ma ostenta sicurezza in un’intervista rilasciata al canale spagnolo La Sexta. E addirittura rilancia con fare aggressivo nei confronti di Donald Trump, reo a suo avviso di voler ficcare il naso negli affari venezuelani ed in particolare di aver riconosciuto come presidente ad interim il suo nemico giurato Juan Guaidó.

«Se Trump fosse qui davanti a me, gli direi: fermati, fermati Donald Trump, fermati lì dove sei adesso, stai commettendo degli errori che sporcheranno le tue mani di sangue, che lasceranno la tua presidenza macchiata di sangue per sempre».

Lo ripete in maniera quasi ossessiva e insiste, come se i toni non fossero già sufficientemente alti, fino al punto di agitare vecchi spettri del passato: «l’America Latina sarà il vostro nuovo Vietnam».

Un’immagine caratterizzata da un potere evocativo enorme resa necessaria, nell’ottica dell’erede di Hugo Chávez, dalla minaccia neanche troppo velata mossa dalla Casa Bianca di avere al vaglio, tra le altre, l’opzione militare.


(«Che cos’è per lei una dittatura?». Questo uno dei passaggi chiave dell’intervista di Jordi Évole a Nicolás Maduro - Immagini La Sexta)

Non solo Stati Uniti, però.

Maduro lancia il suo guanto di sfida anche all’Unione Europea e all’intero blocco occidentale che ha deciso sin dal primo momento di affiancare Guaidó e quel movimento popolare che, nel frattempo, invade ogni giorno un po’ di più le strade, le piazze e la scena politica di Caracas e dintorni.

Unica nota stonata, a confortare il dittatore venezuelano, proprio quella italiana, per via della mancata convergenza di intenti tra Movimento 5 Stelle e Lega. Con Alessandro Di Battista particolarmente favorevole al progetto socialista e con Matteo Salvini che, al contrario, punta il dito dritto contro un partito che negli ultimi vent’anni ha avuto la capacità di ridurre un Paese intero in ginocchio, di affamarlo, di distruggerlo.



Tuttavia Maduro, pur sostenuto da alcuni alleati in chiave anti-americana (Cina, Russia, Turchia e Iran su tutti), è in qualche modo circondato da un’America assai più vicina. Quella che lui stesso cita come territorio proprio, da difendere ad oltranza. Quella “Latina” di Brasile e Colombia che offrono attraverso i rispettivi corpi militari aiuti umanitari, auspicati da Guaidó e viceversa temuti dall’ex autista di autobus perché percepiti come ulteriori tentativi di ingerenza da parte di governi vicini nella geografia, ma lontanissimi in chiave politica (Bolsonaro e Márquez sono entrambi di destra, ndr).

Eppure, più che al tavolo della diplomazia, la partita si gioca attorno ai vertici dell’esercito di casa. Che per il momento rispetta la memoria di Chávez e risponde agli ordini di Maduro. Ma che è oggetto di corteggiamenti e promesse di amnistia che provengono dal fronte dell’opposizione. La situazione, comunque, non appare sostenibile tanto a lungo.

Trump infine, dal canto suo, sbatte i pugni sul tavolo e rifiuta qualsiasi forma di dialogo: «Se guardate al Venezuela, sono accadute troppe cose davvero terribili. Non voglio parlare di intervento militare, ma certo: è un’opzione».

Nella morsa di questo braccio di ferro interno e internazionale, un popolo, quello venezuelano, meritevole a prescindere da tutto quanto il resto di un destino migliore.

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