Maradona, funerali in Argentina: un milione di tifosi in strada, poi la sepoltura vicino mamma e papà

Venerdì 27 Novembre 2020 di Marco Ciriello

Non bisogna contare gli uomini, le donne, i vecchi e i bambini che si sono messi in fila come in un racconto di Gabriel García Márquez per salutare Diego Armando Maradona, non ha senso, sarebbe un conto approssimativo e soprattutto riduttivo. Perché gli altri sono in viaggio come in un vecchio film di Carlos Sorín, El camino de San Diego, dove un giovane taglialegna, Tati Benitez, licenziato e spiantato, si mette in viaggio dalla sperduta provincia di Misiones, per consegnare a Maradona un pezzo di legno, l'unica cosa che possiede. El Tati ci andava quando Diego ebbe il primo infarto, oggi i Tati sono milioni, e al posto del legno portano magliette, sciarpe, fiori, rosari, pagine di giornale, lettere, palloni, tanto che alla fine intorno alla bara si forma una piramide improvvisata, irregolare, grassa, cadente, scomposta, che ricorda la vita di Diego, un faraone argentino (che ha chiesto di essere imbalsamato come José de San Martín, Juan Domingo Perón ed Evita). Una improvvisata tomba che ricorda i cumuli di terra ancestrali, e che sarebbe piaciuta a Bruce Chatwin, reso celebre dalla Patagonia. Mentre le persone passano in un corridoio di bandiere argentine, quelli dietro cantano Maradò-Maradò-Maradò, e il nome si fa salmo, in fondo era un dio pagano, il dio pagano dei poveri, che ora lo piangono. Che ora vogliono esserci. Che ora lo abbracciano per ripagarlo di averli distratti dalle loro vite consumando la sua. 

Trecentoquarantasette persone al minuto sfilano davanti alla bara di Diego, hanno ore per riflettere e tre secondi per salutarlo. È un funerale veloce, con una meditazione lunga e tortuosa che si risolve in un attimo di solitudine col dio del calcio. Il tempo di un gol. Per trovare una simile, straripante, incredula scossa fin nelle viscere del paese, bisogna tornare alla morte di Evita Perón, la madonna dei descamisados. La Casa Rosada è stata invasa dal popolo argentino, un posto che gli appartiene poco, lontano, lontanissimo per molti di loro, e questo avvicinamento, che poi è un vero e proprio sfondamento e quando sembrava che si dovesse interrompere questa possibilità ci sono stati anche degli scontri tra le persone in fila e la polizia, con lanci di oggetti, manganellate, lacrimogeni e feriti. La Casa Rosada viene chiusa, la famiglia viene messa al sicuro. La gente si sente in colpa ad avere solo quei tre secondi di tempo per uno che gli ha allargato la vita, e che se l'è dilatata all'inverosimile. Ci sono tantissimi ragazzi che non l'hanno mai visto giocare dal vivo ma sono cresciuti all'ombra dei suoi gol, dei suoi gesti, evocandolo e cercando di bordeggiarne anche solo per un attimo le infinite capacità. Non c'è più rivalità, e nemmeno le sue sole sei squadre vogliono ribadirla. 

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Alcuni anziani si avvicinano alla bara parlando con Maradona, come se avessero l'urgenza di dire le cose più importanti in pochi secondi prima che una telefonata sia interrotta. Ci sono le urla strazianti che si sentivano nei filmati della Wertmuller durante il terremoto dell'80. Un uomo si avvicina con le braccia tese e i pugni chiusi, gli fanno pressione gli agenti di sicurezza di continuare a camminare e lui scuote la testa e fa segno di no. Non può, non vuole. Una donna su una sedia a rotelle si alza per salutare Maradona, sorretta dal marito. Ha la compostezza e le lacrime delle madri di Plaza de Mayo. Un ragazzo si accascia sulla balaustra che separa la bara dal passaggio delle persone, come se l'avessero colpito alla schiena con una pallottola. Molti gigli gialli e fiori azzurri si mescolano alle facce, alle mani, che vorrebbero toccare quella de Dios. Una donna sui settant'anni che arriva a stento alla balaustra e non cede di un millimetro, anche se gli agenti di sicurezza le dicono di continuare a camminare. E dopo un ragazzo di dieci anni che solleva la sorella più piccola per permettere di salutare Maradona, ma è un momento che dura pochissimo: la sorella gli sfugge quasi subito dalle braccia. Petali di rosa rossa gettati da un tifoso con barba e capelli lunghissimi e la maglia del River. Tutti lanciano qualcosa preparandosi prima, per stare dietro a Maradona si improvvisano Michael Jordan. Un uomo piccolo e magrissimo continua a piangere e stare fermo, come se non riuscisse a muoversi. E anche gli agenti che di solito sono distaccati e sbrigativi, sembrano umani e comprensivi e glielo chiedono con gentilezza. È entrato un uomo con la testa che gli sanguina, forse negli scontri. Alcuni entrano col pieno di rabbia, urlando e avvicinandosi al feretro: come se gli chiedessero di alzarsi e continuare a camminare. Ma il coro è Gracias por todo Diego. Ci sono due amici che entrano, uno porta l'altro sulle spalle, avrà una gamba rotta e non riesce a camminare, ma non basta per non esserci, piangono entrambi. Un padre ha il figlio sulle spalle, come se ci fosse ancora una partita da vedere allo stadio. In fondo quella bara contiene un gran numero delle più belle. Poi la geometria maradoniana: uomo vestito di rosso che porta la bandiera del Che e uno che ha la maglietta rossa della Coca-Cola che lo pretese a Usa '94 riconoscendolo come l'unica attrazione possibile, e come sempre avevano ragione loro, anche se ora c'è chi grida: «Diego, sei l'unico per tutta la vita». Ci sono i gesti di chi non ha parole e allora: pugno sinistro alzato e poi portato sul cuore. Oppure mani sulla testa come Diego quando gli negavano qualcosa in campo, molti si tolgono la maglietta e restano a torso nudo, tatuaggi sul cuore, sulla schiena, mostrati battendoci la mano sopra. Come Freud col Partenone, battendo le mani sulle colonne prendeva coscienza dell'esistenza reale della civiltà greca. Intanto Buenos Aires è paralizzata e connessa con Diego, in una tristezza religiosa, ondeggia sotto il suo ricordo che si è infiltrato con la prepotenza della morte nei pensieri e nelle vite di tutti: Pibe de oro, Pelusa Maradó/Diegote, barrilete cósmico, idolo, mito, hermano, papa, abuelo, marido, compañero, amigo, perché a tutti appartiene in qualche modo: come gli dei, i santi e i re. Ma tocca anche dirgli addio. Diego esce dalla Casa Rosada inseguito dal popolo, che gli corre dietro come ha sempre fatto, il percorso per il cimitero Bella Vista lo trasforma in un Bob Kennedy argentino, attraversa la sua città, ogni quartiere diventa ancora più maradoniano se è possibile e intorno si piange, cantando il suo nome e l'inno argentino. In autostrada sembra il finale di American Sniper di Clint Eastwood, anche se è morto l'Orson Welles del calcio

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