Maradona, lutto nazionale in Argentina. L'ultimo abbraccio di Papa Francesco: prego per lui

Giovedì 26 Novembre 2020 di Angelo Rossi

Come si fa a spiegare il dolore di un argentino? Dall'altra parte del mondo è primavera inoltrata, quasi estate, si cammina tranquillamente a mezze maniche. Chi ha voglia e chi può, imbavagliato dalla mascherina, ha dei punti di riferimento ben precisi: la casa di Diego, nel quartiere Tigre, l'ultima residenza scelta dal campione. È lì che aveva deciso di intraprendere l'ennesima riabilitazione, è lì che si sono radunati tifosi e curiosi: chi ha lasciato un mazzo di fiori, chi una sciarpa del Boca, chi ha acceso semplici lumini. Gli stessi gesti replicati all'esterno dell'ospedale dove Diego è stato accompagnato ieri poco prima di mezzogiorno, scortato da tre autoambulanze, una corsa folle nel vano tentativo di riuscire nell'ultimo miracolo. E poi, immancabile, la Bombonera, la casa del Boca Juniors che vuole cambiare nome, come il San Paolo. I gialloblù non scenderanno in campo oggi nella partita di Coppa Libertadores: hanno chiesto e ottenuto il rinvio della sfida contro l'Internacional. Loro e tutti gli altri, in questi giorni niente calcio nel Paese del calcio. Come ha sottolineato Claudio Tapia, il presidente dell'Associazione calcistica argentina, al quale è toccato comunicare l'ufficialità della notizia. 

È lutto nazionale in Argentina, lo sarà per tre giorni. Lo ha dichiarato il presidente della Repubblica, Alberto Fernandez. Tutta la nazione in preghiera per il suo eroe più grande. Prega papa Francesco, argentino come lui, appassionato di calcio e tifoso del San Lorenzo: «Ripenso con affetto alle occasioni di incontro di questi anni e lo ricordo nella mia preghiera, come avevo fatto nei giorni scorsi quando avevo appreso delle sue difficili condizioni di salute». Diego e papa Francesco, due simboli forti, i più forti del Paese, il vanto dell'Argentina agli occhi del mondo. Maradona si era allontanato dalla Chiesa, per poi riavvicinarsi mosso dal desiderio di voler conoscere il Pontefice. Roba di quattro anni fa circa, quando finalmente Diego potè conoscerlo. «Cosa mi ha detto? Che mi stava aspettando... Non so dove abbia trovato il tempo per farlo, è così indaffarato». La fotografia dell'abbraccio tra i due fece il giro del mondo, Diego si fece portavoce di un messaggio forte in difesa della pace e contro ogni forma di guerra: «Un pallone può fare molto più di cento fucili». L'Argentina come Napoli, in lacrime per il suo Re, non si dà pace. È il momento di piangere anche lì: «Non so come sia potuto accadere tutto all'improvviso, eravamo così concentrati sulla riabilitazione che aveva lentamente intrapreso da qualche giorno. Non è riuscito a superare il momento più difficile della sua vita», dice Matias Morla, l'avvocato di fiducia che non lo mollava mai. Così come Leopoldo Luque, il medico personale, che lo scorso 3 novembre l'aveva operato alla testa. È incredulo il Gimnasia, l'ultima squadra di Diego, fino a ieri convinta che presto avrebbe ritrovato il proprio allenatore. Sono ovviamente distrutte dal dolore le due figlie Dalma e Gianinna, le uniche alle quali è stato concesso, sia pure parzialmente, di entrare in ospedale. Non parla nessuno, si piange e basta. E da oggi si penserà a come e dove salutare Diego. La sua ultima partita. 

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