Migranti, l'apertura del premier albanese Rama: «Noi, accolti dall'Italia e pronti a ricambiare»

Lunedì 27 Agosto 2018 di Valentino Di Giacomo

«Davanti allo spettacolo di miseria e di vergogna, con esseri umani ridotti in larve sotto gli occhi di tutti, mentre il Paese forse più accogliente d'Europa negli ultimi 30 anni è stato lasciato solo, non riuscendo più a tenere i nervi saldi, dare una mano è stata la cosa più naturale. È arrivato il momento di dire basta. Avremmo voluto farlo già prima, ma non volevamo creare nessun tipo di malinteso con Roma». Il premier albanese, Edi Rama, spiega i motivi per cui ha deciso di accogliere venti migranti sbarcati dalla nave Diciotti.

Nei giorni scorsi ha avuto contatti con il governo italiano prima di prendere questa decisione?
«Sì, abbiamo avuto continue comunicazioni tra i nostri rispettivi ministeri degli Esteri. Non c'era niente da discutere da parte nostra, i migranti eritrei di oggi sono uguali ai tanti di noi che non troppi anni fa intraprendevano il viaggio della speranza verso il vostro Paese. L'Italia ci salvò».

E oggi l'Albania viene in soccorso dell'indecisionismo Ue?
«Noi non possiamo sostituire l'Europa, ma quando possiamo dare una mano non ci tiriamo indietro. La nostra storia non ce lo permette. Da soli non possiamo risolvere un bel niente su un problema enorme che l'Europa sembra non essere in grado di risolvere: esseri umani abbandonati in mezzo al mare e ridotti a prigionieri dall'impotenza politica Ue. Con orgoglio posso dire che l'Albania ha offerto rifugio a gente a rischio anche quando era molto più povera e malmessa. Il Paese europeo con più ebrei dopo la Seconda Guerra Mondiale quando il conflitto iniziò. Nessun ebreo è stato denunciato e altri hanno scelto l'Albania per nascondersi tra le famiglie musulmane o cristiane senza distinzione. E poi mezzo milione di albanesi del Kosovo, arrivati da noi nel 1999 quando l'Albania aveva ancora le piaghe aperte della tragedia finanziaria del '97, oltre a quasi 3mila iraniani che abbiamo ospitato per salvarli dagli orrori del Camp Liberty in Iraq. Sono tutti qua, con noi».

La Chiesa ha influito sulla vostra decisione?
«No, abbiamo avuto contatti solo con il governo italiano».

Questo gesto servirà ad avvicinare l'Albania nel suo percorso per entrare nella Ue? Nel giugno prossimo partiranno i negoziati.
«Mi è dispiaciuto leggere su qualche giornale italiano che questa decisione sia stata frutto di uno scambio. Una bufala anche offensiva perché non solo non ho mai parlato con il mio collega Conte, ma innanzitutto qui non si tratta di merce o di commercio, ma di vite umane. E poi l'Italia non ha mai mancato di sostenerci e mai ha chiesto favori per farlo, né ieri e né con questo governo. Non posso pensare in termini di profitti politici di qualsiasi natura quando in ballo ci sono cose molto più importanti che purtroppo hanno perso cosi tanta rilevanza ai giorni nostri come il dovere verso il prossimo».

Come giudica la posizione così dura del governo italiano contro l'immigrazione?
«Non la giudico perché sarebbe troppo facile e non aiuterebbe a fare niente di meglio. Sarebbe persino troppo facile accusare l'Italia come fanno in tanti, ma la vera questione è quale sarebbe una posizione più efficace di questa? E non avendo un'altra risposta, quella più comoda, cioè una posizione unitaria europea che purtroppo non c'è, mi rifiuto di dare giudizi dall'esterno».
 
In altri Paesi scoppierebbe una rivolta, la popolazione albanese come giudicherà la sua decisione?
«L'Albania non ha ancora perso il senso della propria storia, il legame con il proprio passato e anche il sogno di un futuro migliore in un'Europa compiuta secondo lo spirito e l'immagine dei padri fondatori. Sicuramente è un Paese libero dove non c'è un solo punto di vista, ma non sarà un caso che siamo un popolo pro-europeista in grandissima maggioranza».

In altri tempi sarebbe stata una domanda superflua, ma oggi ogni minimo calcolo ha una valenza cruciale per l'opinione pubblica: come saranno trasferiti i 20 migranti in Albania e chi contribuirà alle spese?
«Ah su questo mi trova impreparato. È la prima volta che partecipiamo a questo tipo di operazioni, ad ogni modo mi sembra un problema superabile».

Prevedete di poter ospitare altri migranti?
«Siamo stati chiari sin dagli inizi di questo fenomeno, a partire dalla crisi del 2015 che creò il famoso corridoio balcanico. Nessuno può affrontare questo fenomeno da solo, quindi serve un piano europeo dove ciascuno prende la propria parte secondo le proprie condizioni e possibilità. Noi ci siamo».

Questa sua enorme disponibilità è forse da ricercare nella sua storia? Lei è stato membro del consiglio direttivo della Open Society di George Soros, personaggio molto avversato anche dal ministro Salvini per le sue politiche pro migrazione.
«Io sono cresciuto in un Paese dove ci raccontavano dalla mattina alla sera di una grande cospirazione internazionale contro l'Albania. È una storia che si ripete. La Open Society non fa parte di nessun progetto di cospirazione, ma è una grande idea del mondo che nasce grazie alla genialità di un grande filosofo come Karl Popper. George Soros è solo un grande ammiratore, oltre che ex-studente di Popper, che ha dedicato gran parte della sua vita e della sua ricchezza per promuovere l'idea di una vera società aperta nei paesi ex comunisti. Rido quando leggo certe cose, ma neanche tanto: l'Italia che ci accolse in centinaia di migliaia quando noi attraversavamo il mare per scappare dall'inferno era una Open Society, ma George Soros non c'entrava niente!».

Nel 1997 il governo Prodi attuò una sorta di blocco navale contro l'immigrazione proveniente dall'Albania e una nave italiana, la Sibilla, colpì una piccola imbarcazione albanese due volte: una prima, sbalzando molte persone in acqua; una seconda capovolgendola. La storia si può ripetere con gli africani?
«Non fu un blocco navale, ma una battaglia congiunta tra il governo di Romano Prodi e quello di Fatos Nano per attaccare gli scafisti. E diede dei buoni risultati. Anche oggi gli scafisti vanno combattuti».

In passato l'Italia ha accolto tanti del suo popolo che fuggivano dalla fame, oggi siete voi a dare una mano al nostro Paese.
«L'Italia sicuramente non ha raccolto per anni e anni tantissimi immigrati perché ha fatto dei calcoli economici, ma perché ha agito con grande senso di dignità e spirito di solidarietà. Ma se vogliamo vedere i dati, la buona politica di accoglienza sembra essere stata anche una buona politica economica. Basta vedere i tipi di lavori che hanno fatto e che spesso fanno ancora gli giovani albanesi in Italia, lavori che i giovani italiani si rifiutano di fare. E, dall'altro lato, guardare i contributi all'erario italiano di decine di migliaia di piccole e medie aziende create dagli albanesi nel vostro Paese: per capire che alla fine l'Italia è stata ripagata e non solo moralmente. Sicuramente bisogna combattere l'immigrazione illegale, non c'è ombra di dubbio su questo, ma intanto bisogna sempre leggere le lezioni della storia che in questo campo sono tante, ma citiamone una: gli stranieri non prendono i lavori della gente di casa, ma la casa avrà sempre bisogno della loro mano d'opera».

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