Ali ha visto morire Rayan ma in Marocco è un eroe: «Ho scavato a mani nude»

Lunedì 7 Febbraio 2022 di Francesca Pierantozzi
Ali ha visto morire Rayan ma in Marocco è un eroe: «Ho scavato a mani nude»

Ieri a Ighran è tornato il silenzio. Senza la folla, senza i giornalisti e le ruspe, il cratere di terra rossa che si spalanca davanti alla casa della famiglia Oram sembra immenso. E il villaggio intorno ancora più minuscolo. Oggi ci saranno i funerali del piccolo Rayan: hanno aspettato 24 ore in più, probabilmente per l'autopsia, all'ospedale militare di Rabat.

Dovrebbe poter stabilire cosa ha ucciso il bambino di 5 anni: se la caduta di 32 metri fino in fondo al pozzo, se le ferite alla testa, le lesioni al polmone di cui parlavano ieri, se la fame e la sete dopo cento ore passate sottoterra. Ai genitori, Khaled e Wassima forse importa poco sapere. Fino a pochi minuti prima che li chiamassero i soccorritori, sabato sera intorno alle dieci, parlavano ai cronisti, sembravano fiduciosi. Poi qualcuno ha dato loro la notizia, prima che arrivasse alla folla che gridava e pregava accalcata sul bordo, e prima che arrivasse al mondo che seguiva il salvataggio sui social, in diretta. 

Hanno avvicinato all'ingresso del tunnel l'ambulanza su cui si trovavano e dove pensavano di poter riabbracciare il figlio, li hanno fatti scendere, andare verso Rayan che stava uscendo dal buco avvolto in un lenzuolo giallo. Al posto di Khaled e Wassima Oram parlava ieri uno zio, come si chiamano tutti nel villaggio, o zii o cugini. Spiegava e rispiegava che a quel pozzo Khaled ci stava lavorando perché voleva che tornasse a funzionare, che ne aveva bisogno per irrigare. Forse questo spiega perché il buco, di circa 45 centimetri, non fosse coperto con una lamiera, o una pietra. È stato quello stesso zio venerdì sera, a chiamare Ba Ali Sahraoui. Fino all'ultimo hanno creduto che con lui lì, con Ali del deserto, come recita il suo nome, Rayan avrebbe potuto farcela. Anche se Ali non è riuscito a salvare il bambino, da ieri è considerato un eroe in un Paese che non ha smesso di pregare e di aspettare il miracolo da martedì, da quando si era diffusa la notizia che un piccolo era prigioniero in fondo a un pozzo, in una delle regioni più povere del Marocco. 

 

Ali è arrivato a Ighram dal sud, dal deserto, dove scavare pozzi non è soltanto un lavoro, ma quasi un'arte magica, sacra. Poco più che cinquantenne, padre di quattro figli e già nonno, Ali si è presentato con i due compagni con cui lavora sempre: «Quando mi hanno chiamato non ci ho pensato un attimo, è il mio lavoro: scavare pozzi, ripararli. Lavoriamo sempre a mano». Ali conosceva tutti i pericoli, sapeva che il rischio più grosso era che venisse giù tutta la terra, una frana che non avrebbe lasciato più nessuna speranza. «Sappiamo che quando scavi un pozzo, là sotto ci puoi morire, ne ho visti di incidenti mortali, per questo siamo andati sotto con grande cautela, e lavorando solo con le mani».

Lo hanno chiamato anche perché Ali aveva già salvato un bambino. Come Rayan era caduto in un pozzo, non lontano da dove vive, a sud. «Con i miei uomini corremmo sul posto, quel bambino adesso abita a Erfoud, e sta benissimo» raccontava ieri, quando ancora i due medici scesi con i soccorritori erano sotto, e ancora si sperava che Rayan potesse farcela. La morte del piccolo ha commosso il mondo. Ne ha parlato il papa all'Angelus, in arabo ha twittato un messaggio di condoglianze Macron, omaggi sono arrivati da Israele, dagli Stati Uniti , dai paesi arabi vicini, dal mondo dello sport. 

Ultimo aggiornamento: 17:33 © RIPRODUZIONE RISERVATA
Potrebbe interessarti anche
caricamento