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Nafisi: «L'attacco a Rushdie una minaccia globale, gli Usa impreparati»

Giovedì 18 Agosto 2022 di Flavio Pompetti
Nafisi: «L'attacco a Rushdie una minaccia globale, gli Usa impreparati»

«Certo, l'attacco a Rushdie mi ha toccato personalmente perché mi ricorda che il fondamentalismo iraniano non dimentica, e che la vita degli esuli, specialmente quella degli intellettuali, è sempre condizionata da una minaccia impalpabile ma onnipresente. Ma so bene che l'attentato alla vita del mio collega ci riguarda tutti, personalmente. Ogni volta che si cerca di eliminare una voce, la minaccia ricade su tutti noi. Non dovremmo mai sentirci salvi solo perché la violenza colpisce un altro e non noi».

Come Rushdie, anche la scrittrice Azar Nafisi, autrice del fortunato «Leggere Lolita a Teheran» che è stato tradotto in 34 lingue, ha scelto venticinque anni fa di lasciare il suo nativo Iran per andare a vivere negli Stati Uniti, attratta dalla promessa di libertà che il Paese rappresenta agli occhi della parte del mondo che vive nella sua assenza. Abbiamo chiesto a lei di riflettere su come quella promessa è cambiata oggi, nel tempo di polarizzazione politica e disprezzo per il dibattito che domina la vita pubblica negli Usa. Nafisi, insignita a Napoli nel 2018 del premio Matilde Serao, vive e insegna a Washington, dove ad aprile ha pubblicato: «Read Dangerously» (Leggi pericolosamente), l'ultimo volume della quadrilogia aperta da «Leggere Lolita a Teheran». Il libro è una fittizia corrispondenza sul rapporto tra la letteratura e la libertà con il padre, morto molti anni fa, e con il quale la scrittrice ha avuto un fecondo scambio intellettuale ed epistolare per tutta la vita.

Cosa pensa dell'attacco a Rushdie?
«Che è frutto della più plateale ignoranza, così come la fatwa che lo ha ispirato. Insegnavo all'università di Teheran al tempo, e la cosa ci sconvolse tutti. Rushdie era uno scrittore popolare e amato dal regime, il suo libro «Shame» era stato da poco tradotto in persiano e premiato dal governo. «I versetti satanici» hanno meno a che vedere con la religione di quanto non lo abbiano con il tema dell'emigrazione e della frammentazione delle culture. Dubito che Khomeini lo abbia mai letto».

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Sia lei che Rushdie vi siete rifugiati negli Usa per continuare a godere della libertà di parola. Si sente ancora protetta oggi da questa promessa?

«Sono arrivata negli Stati Uniti nel 1997, e quasi subito in ambiente universitario mi sono dovuta scontrare con due tendenze utilitaristiche al tempo emergenti: quella di scoraggiare gli studi umanistici in favore di una cultura tecnica e più aderente alla ricerca del successo finanziario, e la progressiva politicizzazione delle idee, che stava iniziando a dividere il mondo in buoni e cattivi, noi e gli altri. Non c'è nulla di più aberrante che considerare la creatività intellettuale come una dichiarazione di parte, le idee sono libere e senza bandiera. Il risultato della polarizzazione nel lungo termine è lo sviluppo del totalitarismo al quale stiamo assistendo oggi, negli Stati Uniti come purtroppo in tante parti del mondo. Gli scrittori in questo processo di degrado della democrazia diventano bersagli di primo piano perché sono cercatori di verità, e la verità è scomoda per chi è settario. Noi scrittori diamo voce a personaggi diversi e contrastanti tra loro, siamo per natura empatici, non demonizziamo nessuno, non de-umanizziamo il diverso come oggi fanno in tanti. Non è un caso che l'arrivo della dittatura, in Iran come in ogni altro paese al mondo, sia coinciso storicamente con la persecuzione degli intellettuali, e con il tentativo di sopprimere le idee da loro espresse».

Quanto è mai stata reale la promessa di libertà nel Nuovo Mondo? Stiamo scoprendo oggi che quel principio così sacro è stato un privilegio esclusivo fin dall'arrivo dei pionieri di una classe bianca ed egemone...
«C'è una contraddizione stridente tra l'idea di un'America nella quale, come dice la costituzione, ognuno ha il diritto alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità, e la base della realtà economica che ha permesso agli Stati Uniti di prosperare: la schiavitù e l'assalto sistematico alle minoranze etniche. Questa contraddizione mai risolta nella storia del Paese sta oggi riaffiorando, e alimenta parte della polarizzazione alla quale stiamo assistendo. Alla radice della storia americana ci sono atti di estrema violenza che hanno prodotto tra l'altro l'attuale conflitto. L'idea di risolvere la crisi con altrettanta, nuova violenza, è fallimentare. Ogni crisi offre il vantaggio di esporre elementi di conoscenza della realtà, i quali diventano più manifesti e visibili per tutti. Sta a noi decidere su questa base se vogliamo chiudere gli occhi e sentirci paralizzati e impotenti di fronte alla crisi, e proseguire verso la distruzione, o approfittare della situazione per abbracciare l'attivismo, e rendere il patto sociale più forte, più resistente per il futuro».

Lei è circondata da giovani nel suo insegnamento universitario. Vede ragioni di ottimismo tra loro?
«Penso che la nostra generazione è colpevole nei loro confronti. Non abbiamo trasmesso con la dovuta solennità l'impegno necessario per coltivare e far prosperare una cultura della democrazia. I giovani che io conosco sembrano soffrire una sorta di sindrome dello spaesamento di fronte all'interrogativo di come garantire la sopravvivenza delle istituzioni che hanno permesso alle loro famiglie di prosperare nella pace e nella libertà. D'altra parte sono pressati da problemi cogenti di assoluta urgenza, come la crisi climatica. Posso solo augurarmi che sarà questo impegno imprescindibile del loro tempo a suggerire nuove forme di protezione sociale che garantiscano non solo la salvezza dell'ambiente e della vita sul nostro pianeta, ma anche la preservazione dei diritti umani». 

Ultimo aggiornamento: 19 Agosto, 08:56 © RIPRODUZIONE RISERVATA