Turchia, la disfida di Santa Sofia: dopo 567 anni viene recitato il Corano. La protesta di Atene: «Basilica ortodossa trasformata in museo»

Giovedì 4 Giugno 2020 di Alessandra Spinelli
Dopo mesi di annunci, lo strappo si è consumato lo scorso venerdì e mai data è stata più simbolica. Infatti nell’anniversario della conquista ottomana di Costantinopoli Recep Tayyip Erdogan ha aperto simbolicamente le porte di Santa Sofia, uno dei monumenti simboli di Istanbul, ex chiesa ex moschea e ora monumento laico, per far recitare la preghiera islamica del venerdì. Così a 567 anni dopo il trionfale ingresso del sultano Maometto il Conquistatore, e dopo un Ramadan dei più duri complice l’isolamento da coronavirus, un imam ha pronunciato la Sura della Conquista mentre il presidente seguiva in diretta tv e si preparavano per la sera i fuochi d’artificio per celebrare la festa. Ma potrebbe non essere un unicum - e domani è venerdì - , visto che il ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu ha ribadito: «Santa Sofia è proprietà della Repubblica di Turchia ed è stata conquistata». È stata questa la risposta del governo di Ankara - con tanto di seguito «non chiederemo a nessuno dove poter recitare il Corano» - alle proteste di Atene. Il governo greco infatti ha accusato il Paese della mezzaluna di aver compiuto un «inaccettabile tentativo di alterare la designazione del sito» e un «affronto al sentimento religioso dei cristiani nel mondo»
Così si è riacceso il dibattito su Santa Sofia: basilica cristiana per quasi un millennio e poi moschea nel 1453, fu trasformata in museo da Mustafa Kemal Ataturk nel 1935, un decennio dopo aver abolito il Califfato ottomano, proprio per sottrarla agli opposti estremismi. Ma Erdogan la pensa in un altro modo e già lo scorso anno, alla vigilia delle amministrative del 31 marzo, in cui subì poi una pesante sconfitta, aveva promesso di cambiarne lo «status», tornando a chiamarla ufficialmente «moschea». Nel 2016, ad esempio, aveva fatto tornare il canto del muezzin in una notte di fine Ramadan dai minareti aggiunti alla struttura originaria della basilica. Forzature che hanno sempre suscitato dure reazioni a livello internazionale, in particolare dalla Grecia, che vede in Santa Sofia un simbolo del cristianesimo ortodosso.  Questa nuova disfida giunge in un momento particolarmente delicato per le relazioni bilaterali con Atene, specie per il braccio di ferro sulle perforazioni alla cerca di idrocarburi nel Mediterraneo orientale al largo di Cipro. Una partita su cui ancora Cavusoglu ha avvisato «Paesi come Grecia, Israele ed Egitto» che «qualsiasi accordo che non includa la Turchia è destinato a fallire».
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