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Tutto nasce dal fanatismo religioso

Sabato 16 Luglio 2016 di Biagio de Giovanni

La strage di Nizza torna a segnare una vicenda terribile, anzitutto nella conta dei tanti morti che si aggiungono a tanti altri morti, con un ritmo impressionante, accelerato. Ma l'altro aspetto che essa mette in chiaro è che gli strumenti della guerra globale si semplificano oltre ogni immaginazione, basta ormai, per il terrorista, possedere o noleggiare un camion e lasciare, con il gesto distruttivo, la traccia indelebile della propria esistenza. La guerra globale non ha bisogno di truppe organizzate, anche se ne possiede dove si combatte in modo più tradizionale.

E nemmeno ha bisogno necessariamente di gruppi, di omertà, di quartieri segregati che annuncino ostilità e disagio, o di armi sofisticate. Sta dappertutto, perciò è globale, sta dentro tutte le cose che ho detto, e dentro la mente di un individuo anonimo, solitario. Esplode tra le famiglie della buona borghesia di Dacca, o nelle zone di piccola criminalità al cui ambiente sembra appartenere l'autore della strage di Nizza. Niente ancora di definitivo sul caso specifico, ma tutto sembra convergere verso l'idea di una strage non organizzata, frutto di una decisione estemporanea, non un soldato dell'Isis, ma l'impressione che «Isis» sia mille volti, mille cose diverse, sia la parola, il «luogo» in cui si concentrano, provenienti da mille fili, le volontà di distruzione e di morte nate da una inimicizia mortale che, fuori dai territori medio-orientali, si concentra in modo ossessivo sull'Occidente.

I confini si disperdono, la difesa diventa problematica, giacché è possibile che, sullo sfondo di un fondamentalismo religioso che ormai nessun velo pietoso può ancora nascondere come origine di tutto, si stiano creando altri strati di adepti del terrore: esistenze anonime e marginali che vedono nell'atto plateale, nel gesto eclatante, qualcosa che testimonia del loro passaggio nelle vicende più drammatiche della vita contemporanea; un gesto che dà, ai loro occhi, terribile a dirsi, un senso alle loro vite. Il morbo si diffonde a macchia d'olio, dall'America all'Europa, ora gruppi organizzati, ora lupi solitari, ora individui preda di fanatismo religioso, ora individui marginali che vedono la propria vita esaltata nel decidere, determinare la morte degli altri. Molti strati del terrore globale, che si stenta ad analizzare, ma di cui si può intuire la complessa, variegata fisionomia. Tuttavia non si deve perdere di vista il punto unitario dell'analisi: è il fondamentalismo religioso dell'ala radicale dell'Islam che ha messo in moto tutto.

La prudenza del lessico politicamente corretto, che immagina astutamente di sottrarsi all'incendio, fa appunto parte di quelle astuzie che non aiutano ad affrontare la radice del problema, e sono sintomo di tragiche debolezze. Quella prudenza è il segno di un vano tentativo di spoliticizzare la questione, di derubricarla, sottolineandone l'aspetto patologico di terrore globale, sottratto a ogni altra specificazione. Ma pure l'individuo solitario che pensa di dare, con un gesto estremo, una svolta alla propria vita, e che va incontro alla propria morte, nasce, direttamente o indirettamente, da lì, da quel fondamentalismo religioso. Anche se tanti sono e potranno essere gli strati del terrore globale, tutto proviene da lì, da un atto violento di rivolta che vuol affermare una rappresentazione esclusiva e totalitaria del mondo, che trasfonde un terribile dio vendicativo nell'azione pratica, che vuol conquistare l'egemonia nell'Islam per poter attaccare il vero mortale nemico, l'Occidente: un Occidente che ha, alle sue spalle, una storia complessa, fatta anche di potente volontà egemonica, di prevaricazioni, di violenza su altri mondi, non avrebbe senso negare questo.

Ma l'Occidente ha lottato contro le radici interne della propria violenza, nelle tensioni tra idee e volontà diverse, ha conquistato, in lotte estreme, il principio della libertà politica, sta provando a fare i conti con una modernità difficile, ma gravida di promesse. Come ogni civiltà, esso non è immune da responsabilità, legate alla sua stessa potenza, ma la sua grandezza sta nella capacità di autocritica nell'atto stesso di costruire storia, nel tentativo di custodire una società libera, dove la libertà, sospesa alle decisioni d'ognuno di noi, è sia un rischio sia un grande principio dell'azione umana e dell'organizzazione della vita comune. Questa società va difesa, nonostante i suoi limiti, nonostante le negatività che pure la percorrono, gli egosimi, le chiusure, come avviene in ogni prodotto della storia umana, nei limiti insuperabili in cui essa si muove. La domanda più seria che forse si può fare è, piuttosto, questa: l'Occidente ha, oggi, la convinzione, la forza per una lotta così estrema, così dura? Forse così lunga? Su tanti fronti diversi? La domanda nasce proprio da quel suo glissare, da quel suo derubricare, fatti terribili, a terrore senza aggettivi; da quel suo non voler guardare in faccia le cose quali sono, come se le nostre società, avendo collocato l'economia al posto di comando, celebrando ogni giorno con euforia crescente la tutela dei diritti dell'uomo, avessero poi dimenticato la politica, la sua durezza; e così esse hanno forse contribuito a diminuire la coscienza di sé, indebolendo anche la lotta culturale, facendo della politica una discussione permanente.

Una indecisione costante. O una decisione affidata al puro calcolo di compatibilità economiche. Ora, lo dicevo all'inizio, niente ci può difendere da un atto scellerato come quello avvenuto a Nizza, lo sappiamo, ma questa difficoltà non può diventare un alibi: l'individuazione del nemico, la coscienza dei sacrifici che dovranno esser fatti per batterlo, su tanti fronti, deve costituire la guida dell'azione futura. Bisogna ritrovare, su questo, l'unità di fondo, senza furbizie inutili. Ma questa Europa, incerta, in ritirata, smarrita, possiede la forza ideale, politica per un compito così arduo? E questa America, preda delle sue divisioni, e che oggi sembra voler allontanare da sé, come un antico spettro, la responsabilità di contribuire in modo decisivo all'ordine del mondo? Sia consentito lasciare la domanda aperta, anche se, nell'estremo pericolo, talvolta le coscienze, di un individuo o di un popolo, trovano, spesso, la forza per risvegliarsi.

 

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