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Crimini di guerra, i responsabili dei massacri pagheranno? Ecco cosa rischiano Putin e i suoi generali

Lunedì 11 Aprile 2022 di Marco Ventura
Crimini di guerra, i responsabili dei massacri pagheranno? Ecco cosa rischia Putin e i suoi generali

La squadra di investigatori dell’Aja è al lavoro, raccoglie prove sui crimini commessi in Ucraina, ma è quasi impossibile che i massimi responsabili degli eccidi, i leader politici e i generali, siano mai processati e condannati. Probabile che non finiranno neanche alla sbarra, se perfino l’ex presidente serbo Slobodan Milosevic, morto in cella, è stato poi assolto per i crimini perpetrati a Sarajevo. Il procuratore della Corte penale internazionale, il britannico Karim Khan, è volato lo scorso mese a Kiev. Carla Del Ponte, già capo del Tribunale penale internazionale sulla ex Jugoslavia, lo ricorda come responsabile del collegio di difesa del presidente liberiano Charles Taylor davanti alla Corte speciale per la Sierra Leone. «Spero che riesca altrettanto bene a fare l’accusatore», ha detto di recente. Proprio ieri la procuratrice generale dell’Ucraina, Iryna Venadiktova, intervistata da “Sky news”, ha confermato che 500 presunti criminali di guerra sono già stati identificati, 1222 le persone uccise nella sola regione di Kiev e 5600 i fascicoli aperti dai suoi uffici. Vi sarebbero le “prove” che il missile che ha fatto strage di oltre 50 civili alla stazione ferroviaria di Kramatorsk era russo. 

L’ultima denuncia dall’Arcivescovo di Kiev, Sviatoslav Shevchuk: i russi avrebbero interrogato e torturato le persone nella chiesa ortodossa dell’Ascensione del Signore nel villaggio di Lukashivka, vicino a Chernihiv. I media di tutto il mondo hanno diffuso le immagini dell’ospedale pediatrico di Mariupol ridotto in macerie, come il Teatro che dava rifugio a donne e bambini, e di famiglie intere distrutte da colpi di mortaio, attacchi ai convogli umanitari, e corpi abbandonati per le strade a Bucha, o riesumati dalle fosse comuni. Per non parlare delle intercettazioni dell’Intelligence tedesca su militari russi che si accordano per interrogare gli ucraini e poi ucciderli. Il consigliere per la sicurezza nazionale di Joe Biden, Jake Sullivan, parla di eventi «crudeli, criminali, malvagi», denuncia «il sistematico attacco della Russia ai civili, l’orribile omicidio di persone innocenti, la brutalità, la depravazione, atti che costituiscono assolutamente dei crimini di guerra». Lo stesso Biden ha definito Putin «un macellaio». E il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, ieri ha confermato al presidente ucraino Zelensky che la Germania, «insieme ai partner internazionali, farà tutto ciò che è in suo potere per garantire che i crimini siano chiariti e gli autori identificati e perseguiti dai tribunali, nazionali e internazionali». 

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Purtroppo, però, si tratta solo dell’inizio di un processo complicato e incerto. «Nel caso dell’Ucraina ci troviamo di fronte a molteplici crimini internazionali», spiega Marco Pedrazzi, ordinario di diritto internazionale alla Statale di Milano. «Sul crimine di aggressione non si può procedere perché manca da parte russa e ucraina la ratifica dello Statuto e dell’emendamento che concerne la definizione stessa di questo crimine. Possono occuparsene solo i magistrati interni, a meno che non venga istituito un Tribunale internazionale ad hoc». 

Ipotesi, quest’ultima, ventilata dai britannici, sulla falsariga di Ex Jugoslavia, Ruanda, Sierra Leone… «Invece, sia i giudici interni sia la CPI possono procedere per crimini di guerra che sono violazioni gravi del diritto internazionale umanitario, applicabile nei conflitti armati e che anzi regola il modo in cui un conflitto può essere condotto». Pedrazzi cita gravi lesioni della dignità umana e violazioni dei diritti umani «in un contesto di attacco su vasta scala o sistematico contro una popolazione civile». Ecco perché Sullivan accusa Mosca di «attacco sistematico ai civili». Anche un singolo omicidio può essere un crimine contro l’umanità, dipende dal contesto. 

Quanto al livello delle responsabilità, il diritto internazionale »tende a considerare aggravata la responsabilità di chi impartisce l’ordine o comunque di coloro che partecipano a livello di leadership a un piano teso alla commissione di crimini internazionali». Ma nel caso del Ruanda a decidere chi dovesse essere deferito al Tribunale internazionale è stato il governo dei vincitori. Finora la Corte penale internazionale ha incriminato una quarantina di persone, africani per lo più leader o ribelli che hanno perso le loro guerre. Gli investigatori hanno avuto accesso in Ruanda, Bosnia e Cambogia solo perché consentito dai rispettivi governi. Nel 2010, fu aperta un’indagine sull’uccisione di un migliaio di persone in Kenya e tra i sospettati c’era Uhuru Kenyatta (caso archiviato quando divenne presidente), che volò all’Aja e davanti ai giudici liquidò la Corte come «un giocattolo di poteri imperiali in declino». L’ex presidente del Sudan, Al-Bashir, non è stato mai consegnato. Casi citati dal New York Times, dove ieri il tre volte Pulitzer Thomas Friedman, ha posto il problema dei problemi: «Putin non è più il cattivo ragazzo ma un criminale di guerra. Con il leader di un Paese come la Russia che va trattato da paria, il mondo non è più come prima». 

Ultimo aggiornamento: 17:05 © RIPRODUZIONE RISERVATA