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Mosca, entro il 9 maggio serve una vittoria militare

Mercoledì 13 Aprile 2022 di Gianandrea Gaian
Mosca, entro il 9 maggio serve una vittoria militare

Difficile oggi prevedere se Mosca riuscirà a mantenere l’impegno, annunciato nelle scorse settimane, di concludere “l’operazione speciale” in Ucraina entro il 9 maggio, giorno in cui i russi ricordano con una grande parata militare sulla Piazza Rossa la vittoria nella Seconda guerra mondiale, meglio nota in Russia come Grande guerra patriottica. Il richiamo a quella data ha un valore simbolico evidente: intanto il 9 maggio si celebra la vittoria sui nazisti in una guerra mondiale che cominciò con sovietici e tedeschi che si spartivano la Polonia e terminò con le truppe di Stalin che bivaccavano in una Berlino distrutta. In quel conflitto mondiale l’URSS fu la nazione che pagò il prezzo più alto in termini di vite umane, forse al pari dei cinesi. Evocare il 9 maggio significa quindi richiamare la guerra ai nazisti, oggi identificati con almeno una parte della dirigenza politica e delle forze combattenti ucraine, ma significa soprattutto richiamare quella vittoria del 1945 abbinandola a quella dell’operazione in Ucraina.

Il Cremlino e il generale Alexander Dvornikov, alla testa delle forze russe in Ucraina, hanno quindi meno di un mese per conseguire un successo significativo, sufficiente almeno a proclamare la vittoria militare. Un obiettivo con ogni probabilità alla portata dei russi sul piano strettamente militare. La resa dei marines ucraini della 36a Brigata a Mariupol sembra anticipare il collasso degli ultimi difensori della città, gli uomini di quel reggimento Azov, che ha le stesse insegne della divisione panzer SS Das Reich, barricati dentro la grande acciaieria non lontana dal porto.


La caduta di Mariupol rappresenterebbe il primo grande successo strategico russo e sancirebbe la piena continuità territoriale tra il Donbass e la Crimea mentre la disfatta del reggimento Azov richiamando la vittoria sui nazisti, consentirebbe di vendicare i crimini feroci contro i civili russofoni del Donbass compiuti da questa milizia, composta anche da molti volontari stranieri, integrata nella Guardia Nazionale ucraina.La sconfitta definitiva del reggimento Azov renderebbe poi disponibili almeno due brigate russe per attaccare da sud le forze ucraine schierate nel Donbass contro le quali Mosca ha mobilitato ingenti forze che stanno avanzando lentamente da est e da nord nelle province di Luhansk e Donetsk. La caduta di Mariupol avrebbe un impatto positivo sul morale dei militari russi e uno pessimo su quello dei soldati ucraini, specie quelli che rischiano di venire circondati nel Donbass. I russi stanno infatti cercando di chiudere in una “sacca” i circa 80 mila soldati ucraini schierati nel Donbass con una manovra a tenaglia da nord e sud-ovest, che di fatto impedirebbe l’afflusso di rifornimenti e rinforzi dall’Ucraina occidentale. Già oggi i prolungati bombardamenti missilistici contro le installazioni logistiche, le industrie militari, i depositi di armi, munizioni, carburante e viveri mettono in difficoltà la logistica dell’esercito di Kiev.

Benché in Europa la straripante propaganda ucraina sostenuta e rilanciata da USA e NATO abbia finora enfatizzato la percezione delle perdite russe scoraggiando ogni tentativo di imporre una visione realistica o quanto meno equilibrata delle operazioni militari, almeno un elemento sembrerebbe indicare che in 50 giorni di guerra le capacità ucraine di manovra sono state quasi del tutto azzerate. Kiev continua a chiedere carburante e armi di ogni tipo a USA e NATO ma soprattutto ora cerca di ottenere batterie missilistiche antiaeree a medio raggio, carri armati, artiglieria, veicoli corazzati e blindati, aerei ed elicotteri. Richieste pressanti che lasciano intendere quanto ampie siano state le perdite subite in termini di mezzi e armi pesanti. Martedì Putin aveva dichiarato che «l’operazione militare speciale in Ucraina procede secondo i piani» ma già nei prossimi giorni apparirà più chiaramente se i russi sono in grado di accerchiare l’esercito nemico costringendolo alla resa o alla lotta all’ultimo uomo. Un contesto che in teoria aprirebbe la strada alla ripresa dei negoziati di pace in cui Mosca potrebbe offrire un corridoio alle truppe ucraine per ritirarsi con onore ottenendo in cambio il controllo totale del territorio di Luhansk e Donetsk, cioè il principale obiettivo annunciato da Putin all’inizio della guerra.

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Sviluppi negoziali che restano però un’incognita dal momento che Kiev non sembra disposta ad accettare perdite territoriali mentre negli USA come in Europa sembra prevalere la volontà di armare e addestrare gli ucraini in vista di una guerra prolungata, che potrebbe addirittura durare anni come hanno già detto Joe Biden e il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg. Un successo militare russo a cui non corrisponda una disponibilità ucraina al negoziato condannerebbe le truppe in Donbass a scegliere tra un massacro inutile e la resa. La guerra ad oltranza sarebbe del resto un disastro per l’Ucraina che ne sarebbe devastata ma anche per la Russia che ne sarebbe logorata. Putin potrebbe dichiarare la vittoria ma la guerra non cesserebbe e Mosca non otterrebbe gli obiettivi politici cercati con l’azione militare: il disarmo e la neutralità dell’Ucraina.

Una “guerra senza fine” costituirebbe però una tragedia anche per l’Europa, colpevole di non aver sfruttato negli anni scorsi il suo peso di grande acquirente del gas, comprato dai russi ma con ampi vantaggi anche per gli ucraini che incassano i diritti di transito dei gasdotti, per “imporre” una soluzione negoziata alla crisi del Donbass. Oggi gli europei non trarrebbero nessun vantaggio da un conflitto prolungato “fino all’ultimo ucraino” che ci sta già esponendo al rischio bellico e al disastro economico.
 

Ultimo aggiornamento: 14 Aprile, 18:31 © RIPRODUZIONE RISERVATA