In Vietnam il secondo summit tra Kim e Trump: ecco perché il dittatore nord coreano ha aperto all'Occidente

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di Erminia Voccia

Hanoi si prepara a ospitare una visita di Stato di Kim Jong un, lo ha confermato Reuters che ha ascoltato due fonti rimaste anonime. Secondo l'agenzia britannica, alcuni diplomatici avrebbero detto che il Vietnam sarà il Paese in cui si terrà il prossimo summit tra il leader nordcoreano e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il secondo dopo quello storico di giugno 2018 a Singapore. Kim sarà in Vietnam per una visita ufficiale dopo l'8 febbraio, avrebbe rivelato la prima fonte, mentre la seconda non avrebbe fornito una data specifica. I vietnamiti, tuttavia, non hanno confermato se in quei giorni il presidente della Corea del Nord vedrà oppure no il Capo della Casa Bianca Trump. Hanoi ma anche la città di Danang sono tra le possibilità e sempre Reuters riferisce che gli ufficiali locali di Danang avrebbero ricevuto istruzioni per preparare una visita di leader di alto profilo.

Il vertice in Vietnam, di cui gli analisti parlano da settimane come di un'ipotesi, dovrebbe servire a dare nuovo slancio ai colloqui tra Usa e Corea del Nord arenati da tempo sul punto centrale della denuclearizzazione della penisola. Il capo della delegazione nordcoreana ed ex spia Kim Yong Chol è atterrato venerdì 18 gennaio nella capitale Usa per definire con Trump i termini del secondo summit con Kim. La scorsa settimana una delegazione nordcoreana è stata a Washington per un incontro di alto livello con le controparti americane in cui quasi certamente si è discusso dei dettagli del futuro vertice. Alti funzionari di Pyongyang sarebbero stati invece in Vietnam a fine 2018, il segretario di Stato Usa Mike Pompeo c'è stato a luglio.
 
Ma sul summit sono tutti abbastanza abbottonati per ovvie ragioni di sicurezza, per primi i media vietnamiti, sottoposti inoltre a censura da parte del governo. La notizia infatti sarebbe stata cancellata dalla home page del giornale vietnamita Tuoi Tre. Il Ministro degli Esteri del Vietnam non ha risposto alle domande di Reuters, mentre l'ambasciata Usa ad Hanoi non dato alcuna informazione sul luogo del vertice, ma sono molte le ragioni per credere che il secondo summit fra Trump e Kim sarà in Vietnam.

Il Paese del Sudest asiatico ha buone relazioni con i principali interlocutori interessati al dossier nordcoreano: Corea del Nord, Corea del Sud e Stati Uniti. A tenere insieme Hanoi e Pyongyang è il legame ideologico e anche l'appoggio dato dalla Corea del Nord al Vietnam del Nord durante la Guerra in Vietnam. Al Paese del Sudest asiatico Pyongyang guarderebbe come a un modello da imitare per le riforme economiche, a cui Kim ha sempre aspirato per il rilancio del proprio Paese, e per stabilire buoni rapporti con gli Stati Uniti. Hanoi ha migliorato i rapporti con Washington in particolare durante la presidenza Obama, che ha puntato sull'Asia più che sul Medio Oriente. Nel 2016 gli Usa hanno rimosso l'embargo sulle armi che durava dai tempi della Guerra Fredda e l'anno scorso una portaerei Usa è arrivata il Vietnam per la prima volta dalla fine della Guerra in Vietnam. Gli Usa, inoltre, rappresentano per il Vietnam il 20% delle esportazioni, ma Hanoi ha solide relazioni economiche anche con Seoul. Il Paese, tra le economie più vitali del continente asiatico, sta puntando tra le altre cose ad accrescere il proprio potere a livello regionale e dal vertice avrebbe un grande ritorno in termini di immagine, se si considera la rilevanza mediatica riservata a Singapore quando a giugno la location del summit Trump-Kim era sulle TV di tutto il mondo.

Hanoi sarebbe una buona scelta per Kim, di norma molto restio a prendere aerei, perché le autorità locali hanno già dato prova di saper organizzare vertici internazionali delicati e complessi come il summit dei Paesi ASEAN del 2017. I timori di Kim riguardo la propria sicurezza sono motivati anche dalle numerose defezioni dei suoi più alti funzionari, ultima quella del diplomatico facente funzione di ambasciatore in Italia scomparso da Roma a novembre 2018.

Un recente rapporto del Pentagono ha definito il programma nucleare nordcoreano ancora una enorme minaccia per gli Usa, il problema dei negoziati resta dunque quello di trovare un modo per uscire dall'impasse dovuta alla rinuncia degli Usa a cancellare le sanzioni senza aver avuto da Kim la prova concreta di una completa denuclearizzazione. La Corea del Nord non ha ancora fermato il programma atomico, ma è anche vero che focalizzarsi solo sulla denuclearizzazione senza stimolare le relazioni bilaterali non aiuta a costruire un fruttuoso dialogo con Kim. La strategia della “massima pressione” messa in campo da Washington ha già dimostrato di non portare lontano.
Venerdì 18 Gennaio 2019, 19:32 - Ultimo aggiornamento: 18-01-2019 22:18
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