Il Venezuela al bivio della Storia: Maduro contro Guaidó

Venerdì 25 Gennaio 2019 di Luca Marfé

Almeno 26 morti, più di 200 persone fermate, interi quartieri in fiamme, un presidente sostenuto dalla cupola dei militari e un altro presidente supportato dalle grida del popolo.

Quel popolo che Hugo Chávez diceva di amare, lo stesso che lui e il suo successore hanno ridotto alla fame.

Delle proteste in Venezuela si parla e si scrive, talvolta in maniera affrettata, talvolta in maniera schierata, da pochi giorni. Durano però da anni, addirittura da decenni.

Eccolo, l’ennesimo bivio della Storia per un Paese che, dal 1998 ad oggi, in politica ha conosciuto una via sola.

Da un parte Nicolás Maduro, delfino del “comandante”, già in sella da sei anni e fresco di una nuova investitura. Da lui richiesta, per certi versi imposta, e a nessuno o quasi gradita. Del resto, il suo destino alla corte di Miraflores (il palazzo presidenziale, ndr) nasce più per necessità e per fretta che non per effettiva volontà.

È il 2012, Chávez è malato di cancro, bisogna trovare un erede e bisogna trovarlo in fretta. Serve un fedelissimo la cui personalità non cozzi con gli altri volti del partito. Uno, insomma, che di personalità ne abbia poca. E allora eccolo, l’ex autista di autobus prestato alla cerchia più alta di Caracas e dintorni.

In discussione sin da prima ancora di giurare per quella patria che dichiara di voler proteggere, da sempre mal digerito ma tenuto lì per mantenere in vita un sistema cui certi esponenti non hanno nessuna intenzione di rinunciare.

Un sistema che, è un fatto, si è costruito su basi ideologiche forti e sane, ma, ed è altrettanto un fatto, si è sviluppato in ramificazioni di corruzione, criminalità, fame e morte.

Dall’altra parte, finalmente, una faccia nuova. Nuova al punto da essere sconosciuta al grande pubblico fino a qualche settimana fa. Juan Guaidó, 35 anni, nascosto ora in una località sconosciuta, ma al tempo stesso coraggioso al punto da sfidare il regime a viso aperto: «Sono io il presidente incaricato e legittimo della mia nazione: soluzioni pacifiche, governo di transizione ed elezioni libere subito».

Una presa di posizione potenzialmente epocale, in grado di far tremare, non soltanto le fondamenta (marce) del Venezuela, ma tale da scatenare un effetto domino a livello mondiale senza precedenti o quasi.

Il tutto condito, infine, da un colpo di genio politico, ma vero capolavoro della sua giocata: «Sono chavista e anti-imperialista. Proprio per questo posso dirvi che hanno completamente perso di vista il progetto di Hugo Chávez».

Un oppositore, dunque, che non soltanto non si veste dei colori americani, ma che, con fare fiero, rivendica proprio le origini di qualsiasi sogno socialista.

La cura, cioè, di quel popolo che qualcun altro, gridando con fare quasi forzato a quella patria oramai in frantumi, sta spingendo verso il ciglio di un abisso già raggiunto.

Qualcuno che prova, per l’ennesima volta, ad approfittare della voce grossa degli Stati Uniti (dove nel frattempo alla Casa Bianca è approdato un certo Trump), e più in generale del blocco occidentale, per individuare il capro espiatorio del nemico di comodo, quello di sempre.

Stati Uniti con cui saltano le relazioni diplomatiche (ai funzionari di Washington restano 48 ore per sloggiare), e Cina e Russia a difendere l’indifendibile pur di andargli contro.

Le opposizioni tra due schieramenti che sanno oramai di vecchio, però, non salveranno le sorti di milioni di venezuelani che chiedono dignità, diritto alla vita in città in cui si muore per un niente e un orizzonte, fosse anche uno scorcio, di futuro per sé e per i propri figli.

Dal 2014 ad oggi, 3 milioni di queste donne e di questi uomini hanno già detto addio alla loro terra (dati ufficiali delle Nazioni Unite, ndr).

L’unica speranza per il domani è che non debbano scappare più.

Questo popolo ha pianto per Chávez.

Ha pianto di gioia quando ha creduto nel suo sogno.
Ha pianto di tristezza quando i grandi della terra hanno trattenuto il fiato per i suoi funerali.
Ha pianto di disperazione per un Paese distrutto.

È ora di smetterla, di ritrovare il sorriso assieme all’unità, di percorrere per il bene di tutti il sentiero lungo, tortuoso e necessario della ragionevolezza.

Il più distante possibile da distrazioni ideologiche e vuote.


Uno scatto divenuto virale del fotografo Isaac Paniza che sta raccontando molto, e molto bene, del caos venezuelano di questi giorni (Instagram @ipaniza)

Ultimo aggiornamento: 21:38 © RIPRODUZIONE RISERVATA