Accoglienza dei richiedenti asilo,
​tagliola su 20mila operatori

Domenica 14 Luglio 2019 di Francesco Lo Dico
Medici, operatori, insegnanti, cooperatori, psicologi, assistenti sociali: sono ventimila, tanti quanti i lavoratori di Alitalia, gli under 40 impegnati nel terzo settore che saranno falciati via entro ottobre per effetto del decreto Sicurezza. Sono già 5mila gli italiani in esubero che hanno perduto il posto di lavoro a nove mesi dai tagli all'accoglienza per 1,2 miliardi decisi dal governo. Ma al conto se ne aggiungeranno altri 15mila entro il prossimo 31 ottobre, quando scadrà la proroga concessa dalle prefetture alle organizzazioni che si occupano di richiedenti asilo, e un'intera categoria di giovani italianissimi professionisti si troverà senza un impiego.

 

L'allarme era stato lanciato al governo in due lettere datate 24 aprile e 14 maggio 2019, nel quale i sindacati chiedevano con urgenza l'apertura di un tavolo di crisi «per discutere sul rischio occupazionale che si sta determinando nel sistema di accoglienza e che ha ormai acquisito una enorme dimensione nazionale, con migliaia di posti di lavoro persi e professionalità vanificate e che impongono uno intervento immediato da parte del governo». Eppure, a distanza di quattro mesi, i due ministri interpellati - il ministro del Lavoro Luigi Di Maio e quello del Tesoro Giovanni Tria - non hanno ancora dato segnali di vita di fronte a quella che si prefigura come una drammatica emergenza sociale. In ballo, al netto dei 5mila posti di lavoro già cancellati da quando la scure del governo si è abbattuta sul sistema dei Cas, ci sono 20 mila lavoratori, tanti quanti l'intero comparto di Alitalia. Ovvero il triplo dei dipendenti dell'Ilva, ora di nuovo a rischio di restare a spasso dopo la battaglia ingaggiata dal governo con Arcelor Mittal. «Tutta questa realtà di nuovi eletti alla disoccupazione - è andato giù duro Andrea Cuccello, segretario nazionale della Cisl - viene completamente offuscata dall'odio coltivato, voluto e disseminato dai politici italiani contro gli immigrati e, di conseguenza, contro chi sta loro vicino». «Prima gli italiani, come dicono i sovranisti. In questo caso, prima gli italiani a perdere il posto di lavoro», ha commentato sarcastico il collega Franco Berardi di fronte al collasso del Terzo settore. Ma che cosa è accaduto di preciso in questi mesi?
I TAGLI DEL VIMINALE
L'inizio del terremoto data al 7 novembre, giorno in cui Matteo Salvini ha presentato il nuovo schema di capitolato per la gestione dei centri di accoglienza straordinaria. In virtù dei tagli previsti dal decreto sicurezza, i famosi 35 euro al giorno che il Paese destinava a enti e organizzazioni religiose dedite all'accoglienza dei migranti, sono scesi drasticamente a 19 euro, fino a un massimo di 26 destinato ai centri più grandi. Con la conseguenza che le piccole strutture, dove i costi del personale sono più onerosi a bilancio, hanno cominciato a collassare. «In presenza di bandi pubblici strutturati su tali tagli molti gestori privati che lavorano sulla qualità e su centri con un numero ridotto di ospiti potrebbero non partecipare e chiudere», era stata la profezia della cooperativa In Migrazione. Che si è foscamente realizzata pochi mesi dopo, complice il taglio di insegnanti di italiano, psicologi, mediatori culturali e operatori legali diventati superflui. Ai sensi del decreto sicurezza, difatti, le figure dedite all'integrazione non sono più previste nei centri di prima accoglienza, ma sono compatibili soltanto con i diritti di chi si vede riconosciuto il diritto di asilo all'interno degli Sprar. L'effetto è stato perciò al netto delle posizioni politiche ed etiche in materia di immigrazione - quello di danneggiare prima di tutti gli italiani impiegati nel Terzo settore. Che ora rischia di essere spazzato via. Parliamo difatti di una realtà che secondo le stime dell'Anci offre lavoro a 36mila persone, di cui ventimila sono state già messe alla porta. Ma al conto spiega il rapporto di Oxfam vanno aggiunti anche psicologi, avvocati, insegnanti di italiano, formatori e, più in generale, quanti non sono direttamente impiegati dalle associazioni che gestiscono le strutture di accoglienza ma che offrono i loro servizi professionali sulla base di accordi o convenzioni. Il dramma era insomma ampiamente annunciato, ma il governo finora non ha mosso un dito nonostante le faglie che si sono aperte negli ultimi mesi in tutta Italia. Per effetto del decreto Salvini, gli oltre cento ex dipendenti del Cara di Castelnuovo di Porto chiuso il 30 gennaio, sono rimasti senza stipendio, in attesa di sapere «quando riusciranno a percepire il Fondo di Integrazione Salariale che spetta loro di diritto e che, stando agli accordi, dovrebbero percepire per dodici mesi», ha denunciato la Uil Lazio. E a Roma, agi inizi di maggio, la Croce Rossa ha annunciato l'avvio della procedura di licenziamento per circa un terzo dei suoi dipendenti, oltre 60 persone. «Una via obbligata, non una scelta», ha spiegato il direttore, Pietro Giulio Mariani, dopo la decisione di non partecipare alla nuova gara per l'accoglienza in seguito ai tagli decisi dal governo.
E ad Alessandria, dove sono previsti soltanto 18 euro al giorno per migrante è un'ecatombe. Il numero di enti e associazioni che dal marzo 2014 ogni anno rispondevano al bando della Prefettura, da 35 è sceso a 11 «perché è impensabile lavorare alle condizioni fissate dal decreto Salvini», è la denuncia dei sindacati. «Come si fa a prevedere, come nel capitolato della Prefettura, la presenza in una struttura che ospita fino a 50 persone, di un operatore per 8 ore al giorno e di meno di 5 minuti alla settimana per persona di mediazione culturale?», è l'attacco di Fabio Scaltritti, responsabile dell'associazione San Benedetto al Porto. Due mesi fa, la procedura di licenziamento collettivo per 351 lavoratrici e lavoratori impiegati nei servizi per l'immigrazione nella cooperativa laziale Medihospes, si è conclusa con una magra consolazione. Grazie all'intesa trovata al ministero del Lavoro l'accesso al Fis (Fondo Integrazione Salariale) i sindacati hanno strappato al governo la salvaguardia di tutti i posti a fronte di una riduzione complessiva dell'orario di lavoro. Ma si tratta di una toppa messa su una diga gigantesca, nella quale nuotano i destini di altre 20mila persone. «Se da qui a 12 mesi non si riforma o modifica il Decreto Sicurezza denuncia la Fp Cgil - dovremo avviare procedure di licenziamento in massa. Se davvero vengono prima gli italiani, è il caso che al ministero del Lavoro, come al Viminale, si trovino risposte all'altezza degli slogan».
© RIPRODUZIONE RISERVATA Ultimo aggiornamento: 17:51 © RIPRODUZIONE RISERVATA