Il piano secessionistaAutonomia, ecco il piano secessionista per smontare l'Italia

Venerdì 22 Febbraio 2019 di Marco Esposito

Il testo dell'autonomia c'è ed è uno e trino. È lontana l'intesa finale, con il dettaglio per ciascuna materia, ma c'è un «testo concordato» tra Veneto e Governo, Lombardia e Governo nonché Emilia Romagna e Governo. Uno e trino perché - al di là di un dettaglio di cui si dirà e del numero di materie (23 per il Veneto, 20 per la Lombardia e 16 per l'Emilia Romagna) - i tre documenti sono identici a partire dalla data: 15 febbraio 2019. In otto articoli si descrive come smontare l'Italia e assegnare più risorse ai territori ricchi. Lo si fa con toni pacati ma, se si guarda alla sostanza, vengono i brividi.
 
Lo strumento per smantellare la Repubblica si chiama Commissione Paritetica. Entro 30 giorni dall'approvazione della legge, il premier Giuseppe Conte deve nominare la Commissione, composta da nove rappresentanti scelti da Erika Stefani e nove scelti dal governatore della Regione autonoma. La Stefani ieri in commissione Bicamerale federalismo fiscale, rispondendo al vicepresidente Vincenzo Presutto, ha parlato di un errore nel testo. Ma anche se dei nove rappresentanti del governo solo uno fosse individuato dal ministro per gli Affari regionali, nella Commissione si creerebbe una maggioranza regionalista. Poco male, se i compiti fossero quelli della vecchia Commissione paritetica attuazione federalismo fiscale, cioè meramente tecnici. Purtroppo non è così perché la Commissione avrà il potere di «determinare» le «risorse finanziarie, umane e strumentali» necessarie alla Regione, ridimensionando Roma. I decreti attuativi del governo dovranno eseguire quanto stabilito dalla Commissione. E il Parlamento potrà limitarsi a un parere sui decreti, non vincolante.

Chi controlla la Commissione Paritetica? Come in un colpo di stato i golpisti rispondono solo a loro stessi, così nell'autononomia spetterà alla Commissione Paritetica la verifica biennale della «congruità» di quanto essa stessa ha deciso. E se accade qualcosa di anomalo prima di due anni? L'accordo prevede tale possibilità all'articolo 8: su richiesta dello Stato o della Regione, la Commissione Paritetica effettuerà monitoraggi o «verifiche su specifici aspetti o settori di attività». E il Parlamento? Silente. Esprime un parere sui decreti attuativi, dopo di che viene messo in sonno.

Pieno di trappole è anche il capitolo risorse. Si parte, com'è noto, dal trasferimento alla Regione della spesa oggi sostenuta dallo Stato nella Regione. Ma questa garanzia di invarianza vale un solo anno. Dal secondo anno, senza alcuna previsione di gradualità, scattano i «fabbisogni standard» determinati materia per materia «fatti salvi i livelli essenziali delle prestazioni». Sembra una concessione al Sud, con Calabria, Campania e Molise che hanno esplicitamente chiesto garanzie in tale senso. I Lep però in diciott'anni non sono ancora stati definiti e c'è il rischio che si vada per le lunghe. In tale caso scatta il «comma 2022», cioè la regola che nel 2022 la somma assegnata per ciascuna materia alla Regione «non può essere inferiore al valore medio nazionale pro-capite della spesa statale». Non può essere inferiore, vuol dire che ci può essere un bonus e mai un malus.

Il meccanismo farà sghignazzare i matematici, perché se alzi i fondi a chi è sotto la media senza toccare gli altri, provochi un aumento della spesa che a sua volta alza la media e porta di anno in anno ulteriori ritocchi sempre al rialzo. Ma il meccanismo, più seriamente, farà infuriare il mondo della scuola perché oggi, per ragioni che nulla hanno a che vedere con l'efficienza, l'anzianità di servizio degli insegnanti è più elevata al Sud e, di conseguenza, sono anche più elevati gli stipendi. Nulla di grave in un sistema di scuola pubblica nazionale ma, con la regionalizzazione, portare di colpo la spesa in Veneto e Lombardia al livello medio nazionale significa regalare 1,5 miliardi alle due Regioni senza neppure dire a chi si stanno togliendo risorse per l'istruzione. Un bonus ricchi ingiustificabile dal punto di vista tecnico perché la differenza tra i 477 euro procapite della spesa statale per la scuola in Veneto, i 459 euro per la Lombardia e i 636 euro per la Campania non è dovuto al fatto che, al Sud, il gessetto costa di più ma, semplicemente, perché un prof con 25 anni di servizio ha uno stipendio superiore del 40% rispetto a un prof assunto da 5 anni.

Le tre Regioni che puntano all'autonomia hanno infine un altro obiettivo: liberarsi delle strette del bilancio statale per gli investimenti infrastrutturali. La formula è astuta: lo Stato crea un fondo per lo sviluppo infrastrutturale del Paese che avrà, come è giusto, durata pluriennale. Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna potranno attingere in automatico al fondo per avere una «programmazione certa dello sviluppo degli investimenti» trattenendo direttamente le somme, mentre il resto della penisola dovrà verificare anno per anno se le manovre finanziarie e il ciclo economico consentiranno di confermare le azioni pianificate. Per le imprese del Mezzogiorno, da sempre in attesa della perequazione infrastrutturale, è una doccia gelata.

Infine, il dettaglio di cui si diceva. Curiosamente, dopo aver elencato all'articolo 2 le materie, per Lombardia e Veneto si passa subito all'articolo 3. Non così per l'Emilia Romagna, nel cui accordo all'articolo 2 c'è un comma in più: «L'esercizio delle competenze attribuite» è «subordinato al rispetto da parte della Regione» dei «principi generali dell'ordinamento giuridico, dell'unità giuridica ed economica, delle competenze legislative statali» e «in particolare quelle riferite alla determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni». Chissà perché Attilio Fontana e Luca Zaia non si sono impegnati su questo punto.

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