Bagarre Pd, Orlando: leadership in bilico

di Nino Bertoloni Meli

A chi chiede lumi sulla leadership del Pd dopo il voto siciliano, se Matteo Renzi traballerà o resterà saldo al timone, al Nazareno rispondono con le stesse parole: «E che, rifacciamo le primarie ogni sei mesi, ogni volta che ci sono delle amministrative?». E se qualcuno, come Andrea Orlando capo della minoranza interna, prova a tirar fuori di nuovo l'argomento che «della leadership si dovrà per forza tornare a parlarne», ecco che saltano su gli Orfini, i Martina, a rimbeccare: «Il leader è e rimane Renzi, punto». Ma c'è una cifra che tiene alta la tensione al Nazareno, e si chiama 20 per cento: se la coalizione di Micari, con dentro il Pd, va sotto quell'asticella, il processo a Renzi è assicurato, l'assalto alla leadership è pronto a partire, si torna a sussurrare di 25 luglio al Nazareno con il leader sfiduciato e messo in minoranza. Si vedrà.

Gli uomini del segretario ricordano comunque che «il Pd in Sicilia è al 13,4 per cento, riportato alle passate elezioni che incoronarono Crocetta». A parte questi fuochi tutti interni al Pd, la vera questione sulla quale si è infiammata l'attesa delle urne isolane è stata un'altra: si tratta della sfida tv ormai lanciata e accettata tra Renzi e Di Maio. Dove tenerla? Sembrava fatta per La7 con moderatore Floris, come richiesto da Di Maio, ma dalla Rai e dintorni è partita una vera e propria controffensiva a base di «è il servizio pubblico il luogo più naturale per un avvenimento importante come questo», sicché la vicenda rimane tuttora aperta, probabilmente verrà decisa solo oggi.
Sono stati i consiglieri del Cda a scendere in campo direttamente, chiedendo con una lettera al presidente della Vigilianza Rai, Roberto Fico, compagno di partito di Di Maio, di adoperarsi perché il confronto si svolga sui canali pubblici. «Non va bene Vespa? Si può fare con un altro conduttore, ma sempre in prima serata e con ascolti molto più alti che non la tv privata». E poi, scrivono i consiglieri rai, non si può usare un confronto importante di questo genere «come favore commerciale a una rete concorrente». Fico però replica risentito, definisce «irrituale e inopportuno» l'appello dei consiglieri Rai, spiegando che così il Cda lo vorrebbero spingere «ad agire sulla mia parte politica affinché sia scelta la Rai come sede del confronto», che è quanto, stante la sua carica, il presidente vigilante dovrebbe fare.

La sfida tv è prevista per martedì, e c'è già chi commenta che servirà a Renzi per parlar d'altro che non le elezioni siciliane, idem per Di Maio, sia che i cinquestelle vincano sia che perdano a Palermo, un'arma a doppio taglio più per il candidato premier grillino che per il candidato dem alla stessa carica. Dal voto siculo si capirà anche quanto è destinata a pesare la sinistra che incalza il Pd da sinistra, «se avranno un risultato scarso ci sarà la fila al Nazareno a chiedere incontri e a riaprire tavoli», pronosticava Matteo Richetti alla Camera prima della pausa dei lavori parlamentari. Il centrosinistra come coalizione comincia a prendere forma. Giuliano Pisapia ha rotto gli indugi, ha riunito il suo Campo progressista e ha dettato la linea: «Nasce il nuovo soggetto, alle elezioni ci sarà la lista, ci vuole discontinuità, se il Pd non si presenta con Renzi è meglio, ma se insiste nessun veto, il Pd è l'interlocutore, vedremo chi ci sta». «Siamo un soggetto-ponte verso gli altri, per un centrosinistra di governo», riassume Angelino Sanza, a nome della parte cattolica del nuovo soggetto.

Intanto sul fronte banche l'ex premier sferra un nuovo attacco. «Chi ha sbagliato, paghi: non è populismo, è giustizia» afferma Renzi sull'operato di Bankitalia e Consob riguardo alla crisi delle banche venete. Le audizioni del capo della vigilanza di palazzo Koch Barbagallo e del direttore generale di Consob Apponi secondo il segretario dem hanno fatto rilevare ulteriori lacune nel sistema. È emerso - questa la sua tesi - un quadro ancora più sconcertante, con un gioco di scaricabarile tra le due istituzioni. «Noi diciamo che troppe cose non hanno funzionato, il sistema tecnico di vigilanza e controlli non sempre è stato all'altezza», attacca il segretario dem nella sua enews.

Tutto questo mentre la commissione parlamentare annuncia per giovedì prossimo il primo atto della stretta intorno a Bankitalia. Con una nuova convocazione per il capo della Vigilanza Carmelo Barbagallo e per il direttore generale di Consob Angelo Apponi che giovedì, durante testimonianze separate, si sono contraddetti su una delle questioni più calde: la quotazione delle azioni di Popolare di Vicenza e le notizie trasmesse da Palazzo Koch a Consob. Potrebbe essere addirittura un confronto all'americana, con la richiesta ai due testi di prestare giuramento.
Così all'indomani della conferma di Ignazio Visco alla carica di governatore, l'atmosfera diventa più pesante e riflette le diverse anime della commissione, spaccata sulla nomina. Non solo, dopo le polemiche di ieri, il presidente Pier Ferdinando Casini ha deciso che il materiale inviato da via Nazionale non è sufficiente. E ha sollecitato l'invio della documentazione relativa svolta nel 2008-2009.

Tra i 4.200 atti inviati da via Nazionale a Palazzo San Macuto, infatti, i verbali ispettivi e le relazioni su Bpvi del 2008 non ci sono. I documenti trasmessi partono dal 2010. Per questo il presidente Casini ha inviato ieri una lettera sollecitando l'invio di tutti gli atti relativi ai due anni precedenti. Un passaggio fondamentale. E non solo per il capitolo Bpvi e per la relazione dell'ispezione che dovrebbe contenere i rilievi sulle quotazioni. Tra quelle carte, ci sono anche passaggi cruciali per la vita di altre banche, come l'autorizzazione, da parte di Bankitalia, all'acquisizione di Antonveneta da parte di Mps. Una delle sette banche all'esame della commissione.
 
Sabato 4 Novembre 2017, 09:11

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