Riforma della giustizia, Cartabia prova a mediare: «I processi non rischiano», ultima parola a Draghi

Giovedì 22 Luglio 2021 di Emilio Pucci
Riforma della giustizia, la lezione di Cartabia ai giudici di Napoli: «I processi non rischiano» `

«Ci sono 57 mila pendenze con già oggi altrettante prescrizioni che accadono solo nel distretto di Napoli e non per effetto della riforma approvata dal Consiglio dei ministri ma per una situazione di gravità estrema che reca una violazione ai diritti delle vittime e degli imputati». È nettissima la replica di Marta Cartabia ai magistrati che, l'altro ieri, avevano lanciato l'allarme sui presunti effetti disastrosi che, secondo loro, la riforma produrrebbe sui processi. I problemi della giustizia, dice la ministra, non sono certo una conseguenza della riforma che ancora non è in vigore, ma «già esistono drammaticamente nel Paese» e proprio per questo bisogna mettere mani alle regole del processo. Né si può dire - come hanno fatto alcuni magistrati - che le nuove norme porterebbero alla prescrizione i processi di mafia e di terrorismo: «Non è così» ribadisce la Cartabia intervenendo alla Camera per il Question time, «perché i procedimenti puniti con l'ergastolo non sono soggetti ai termini dell'improcedibilità. E per i reati più gravi si prevede una possibilità di proroga». 

Ieri è stata ufficializzata la proposta di mediazione del governo. Inserire nella riforma del processo penale una norma transitoria affinché il lodo Cartabia entri in vigore nel 2024. E allungare a tre anni fino ad allora il tempo dell'appello prima che il processo muoia definitivamente. È un compromesso che il ministro della Giustizia ha avanzato ai Cinquestelle che però hanno detto no, non è abbastanza. Si può dire, semplificando, che l'ala governista la considera una exit strategy, magari allargando la gamma dei reati per i quali è prevista l'improcedibilità, inserendo per esempio anche il disastro colposo, la violenza sessuale e altre tipologie di reato. Ma una larga parte del Movimento non si accontenta affatto. Anzi. E tra questi anche l'ex presidente del Consiglio Conte che vorrebbe - perlomeno ad ascoltare fonti parlamentari pentastellate - un cambiamento di paradigma. Che non ci sia semplicemente una norma transitoria ma un principio che allunghi l'asticella del timing dell'appello e della Cassazione e che sia data flessibilità ai giudici. Si continua a lavorare per un accordo ma il Guardasigilli ha fatto sapere di non poter andare oltre. E ha spiegato che ora la palla passa al presidente del Consiglio. Insomma il dossier è sul tavolo di Draghi, dopo il confronto sugli aggiustamenti tecnici sarà lui a sbrogliare la matassa. Due giorni fa durante l'assemblea di gruppo il giurista pugliese ha spiegato ai fedelissimi la volontà di non arretrare neanche di un centimetro. Ribadendo che non si tratta di una bandierina politica. Ma la mediazione del dicastero di via Arenula è l'unica che potrebbe essere considerata spendibile dalle altre forze politiche. 

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«Il Pd vuole che la riforma della giustizia si faccia rapidamente. Abbiamo presentato pochissimi emendamenti perché crediamo che, con pochissimi ritocchi, la riforma possa essere approvata», afferma il segretario dem Letta. «Non consentiremo a Conte & company di mettere in difficoltà gli italiani per guerriglie interne», rilancia il leader di Iv Renzi. «Se il presidente del Consiglio riterrà di dover porre la fiducia avrà il sostegno della Lega», dice il segretario del partito di via Bellerio Salvini.

Il braccio di ferro tra M5s e governo è nel merito ma anche nel metodo. «Ciò che mi interessa è che ci sia una discussione approfondita in commissione. Spero le forze politiche lavorino nel modo migliore», sostiene il presidente della Camera Fico dando voce ai malpancisti pentastellati. Il Movimento 5 stelle tenta la strada dell'allungamento dell'iter. E già ha ottenuto il primo rinvio: il testo della riforma non arriverà in Aula domani, L'approdo potrebbe esserci la settimana successiva ma M5s spinge affinché si arrivi oltre il 3 agosto, ovvero la data in cui entrerà in vigore il semestre bianco e non ritira gli emendamenti. «Tanto - ragiona un altro big- dovrà pure arrivare al Senato». Il Movimento è in una fase di riflessione ma si rafforza il fronte di chi punta a seguire la crociata di Bonafede. 

«Se diciamo sì ad un compromesso al ribasso la linea di un altro esponente M5s perderemmo di sicuro tutte le amministrative, da Torino a Roma». È uno dei motivi che porta l'ala barricadera a promettere battaglia. «Se M5s sceglie l'Aventino sarà da solo. Noi non li seguiremo, dicono dal pd. Conte media ma se non si chiuderà un patto politico potrebbe lasciare libertà di coscienza. Ovvero legittimare' la strada dell'astensione. Il piano B' sarebbe quello di far decidere gli iscritti. 

Ultimo aggiornamento: 08:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA