Concorsi pubblici, quote “blu” nei tribunali. Il posto spetta a chi appartiene al genere meno presente negli uffici

Clausola a favore degli uomini nel bando da 4 mila posti per l’Ufficio del processo

Concorsi pubblici, quote “blu” nei tribunali. Il posto spetta a chi appartiene al genere meno presente negli uffici
Concorsi pubblici, quote “blu” nei tribunali. Il posto spetta a chi appartiene al genere meno presente negli uffici
di Andrea Bassi e Francesco Bisozzi
Martedì 28 Maggio 2024, 00:31 - Ultimo agg. 17:07
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Si pensava di aiutare l’impiego delle donne con le quote rosa. Ci si ritrova, e non è la prima volta, con le “quote blu”. Eterogenesi dei fini. Con la riforma dei concorsi pubblici, esattamente un anno fa, è stato deciso di introdurre una “clausola di genere”. Quello meno rappresentato nell’amministrazione, ha una sorta di diritto di prelazione nei concorsi per l’assunzione. Nello scorrimento delle graduatorie, a parità di punteggio, il posto spetta a chi appartiene al genere meno presente negli uffici. Solo che nella Pubblica amministrazione il genere meno rappresentato è spesso quello maschile. Prendiamo l’ultimo bando del ministero della Giustizia. Ci sono da assumere quasi 4 mila addetti all’Ufficio del Processo, laureati in giurisprudenza che dovranno aiutare i giudici a smaltire gli arretrati e accelerare i tempi della giustizia. Addetti, tra l’altro, pagati con i soldi del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, visto che l’efficientamento della macchina giudiziaria italiana è uno degli obiettivi centrali del Piano.

IL BANDO

La settimana prossima si terranno le prove. Ai nastri di partenza ci sono 72 mila candidati. Il bando ha dovuto prendere atto che tra i funzionari dell’amministrazione giudiziaria, quasi il 70 per cento sono donne, mentre solo il 30 per cento è rappresentato da uomini. Una situazione che obbliga ad applicare la “clausola di genere”. Quando si scorreranno le graduatorie, quindi, gli uomini avranno la meglio sulle donne con lo stesso punteggio. Qualcosa di simile era già accaduto con i concorsi per la dirigenza scolastica. Nel comparto dell’istruzione c’è una prevalenza della componente femminile. E per partecipare ai concorsi per dirigenti è necessario essere stati prima docenti. Favoriti dunque, i candidati maschi anche in questo caso. Ma per capire che nel Pubblico impiego non ci fosse bisogno di quote rosa, forse bastava scorrere i dati del Conto annuale che la Ragioneria generale dello Stato pubblica ogni anno. Nel 2022, su 3,27 milioni di dipendenti, quasi 2 milioni sono donne e 1,2 milioni uomini. Venti anni fa, nel 2001, i due generi erano rappresentati in maniera quasi perfettamente paritetica. Poi le donne hanno preso il sopravvento, senza bisogno di quote rosa. Nel comparto dell’istruzione, dove i dipendenti sono poco più di 1,2 milioni, ci sono 945 mila donne e solo 283 mila uomini. 

I NUMERI

Nella Sanità, dove lavorano 639 mila persone, le lavoratrici sono 430 mila. Nei ministeri ci sono 99 mila donne e 88 mila uomini. Nei Comuni, nelle Province e nelle Regioni, le donne sono 222 mila e gli uomini 193 mila. Solo nel comparto della Difesa e della Sicurezza le percentuali si invertono: 501 mila lavoratori e 75 mila lavoratrici.Il problema semmai è un altro. È che le donne non riescono a “sfondare” il soffitto di cristallo. Man mano che si sale nelle gerarchie, le donne perdono peso e i maschi conquistano i posti di comando. Nella Pubblica amministrazione italiana ci sono 13.391 dirigenti di prima fascia, il livello più alto della burocrazia. Ebbene, 9.700 sono uomini e solo poco più di 3.500 sono donne. Un rapporto di quasi uno a tre a favore degli uomini. 

IL PASSAGGIO

Va solo leggermente meglio per i dirigenti di seconda fascia, la categoria immediatamente inferiore. Ce ne sono 117 mila in tutto in Italia, 75 mila sono uomini. La vera domanda da porsi, insomma, è perché le donne nella Pubblica amministrazione italiana fanno meno carriera dei colleghi maschi pur essendo il genere più rappresentato. Le ragioni in realtà non sono probabilmente diverse da quanto accade nel mondo privato. Sulle donne pesa maggiormente il carico familiare e, dunque, il tempo disponibile di lavoro è minore. Nel Pubblico impiego, poi, congedi e garanzie sono maggiori. E questo paradossalmente acuisce il problema delle carriere femminili invece di attenuarlo. Un passaggio, che culturalmente si è mostrato sempre molto difficile in Italia, sarebbe riequilibrare i carichi familiari tra uomini e donne. O magari applicare le quote rose alla dirigenza. Invece oggi, paradossalmente, nella Pubblica amministrazione si fanno strada le quote blu, riservando più posti agli uomini anche in ingresso. Dove fino ad oggi avevano prevalso per scelta e per merito, le donne. Ma se entrano più uomini a scapito delle lavoratrici, sarà anche più difficile per queste ultime scalare le gerarchie della Pubblica amministrazione. Nello Stato insomma, la clausola di genere andrebbe probabilmente ripensata.

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