Zone rosse, scontro pm-governo: i magistrati domani da Conte

Giovedì 11 Giugno 2020 di Marco Conti e Cristiana Mangani
Zone rosse, scontro pm-governo: i magistrati domani da Conte

Gli Stati generali non sono il G7, villa Pamphili non è grande come la Reggia di Caserta, ma la sensazione del deja-vu è forte. Se poi, oltre alla richiesta della pm di Bergamo, ci si mettono anche i fischi per strada, l'umore non può che peggiorare e somigliare, forse, a quello di altri leader che hanno vissuto simili esperienze.

Ma Giuseppe Conte è convinto di avere ancora molte carte da giocare per restare ben saldo a palazzo Chigi e potersi intestare la ripresa economica che si prevede nel prossimo anno. Non sarà quindi un'audizione con un pm a fermare gli Stati generali, anche se la coincidenza disturba, pesa e fa pensare soprattutto se si unisce all'insofferenza degli alleati che però ieri hanno appreso che il partito di Conte non c'è, ora, ma non è detto che non ci possa essere.

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Quello che «ho da dire lo dirò alla pm», sostiene nel tardo pomeriggio Conte uscendo da Palazzo Chigi per un caffè, una boccata d'aria e la gran voglia di dire la sua per spezzare anche una strana sensazione di assedio.

Sulla mancata istituzione della zona rossa nei comuni di Nembro e Alzano Lombardo e su chi potesse eventualmente disporla, il presidente del Consiglio si è espresso più volte anche a seguito delle accuse piovute dalla regione Lombardia e dal presidente Attilio Fontana. La linea del premier è quella di aver «agito tempestivamente» e che se la regione Lombardia lo avesse voluto avrebbe potuto creare zone rosse o emanare ordinanze restrittive così come prevede la legge 833 del 78 e come hanno fatto molte altre regioni, Lombardia compresa.

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L'audizione, come persona informata dei fatti, ci sarà domani mattina. Esattamente a ridosso dell'avvio degli Stati generali. Anche se nessuno parla di giustizia ad orologeria, preoccupa quella dichiarazione della Pm Cristina Rota secondo la quale la decisione di isolare i due centri della Valseriana, da quel che risultava, avrebbe dovuto essere «una decisione governativa». Un giudizio che vale una sentenza, per il super rodato meccanismo che non attende mai i tre gradi di giudizio. Conte, da buon avvocato, non lascia trapelare timori che esalterebbero i giustizialisti a corrente alternata: «Non sono affatto preoccupato, ben vengano le inchieste», sostiene davanti al portone di palazzo Chigi.

L'audizione di Conte, e dei ministri Speranza e Lamorgese, come testimoni, era considerata più che probabile subito dopo la deposizione dello scorso 29 maggio del presidente della Lombardia Attilio Fontana e il giorno precedente dell'assessore al welfare Giulio Gallera davanti ai pm bergamaschi che indagano sul caso dell'ospedale di Alzano, sui morti nelle Rsa e sulla mancata istituzione della zona rossa.
 


Il governo aveva predisposto tutto per la chiusura. Tanto che dal Viminale erano stati già inviati circa 250 uomini tra poliziotti e carabinieri, oltre ai militari di strade sicure. È questo che la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese ribadirà ai pm di Bergamo. Qualcosa che è stato ripetuto più volte durante i mesi di continue polemiche, e cioè che da Palazzo Chigi nessuno aveva deciso di fermare la chiusura di Nembro e Alzano, e che il governatore Fontana poteva intervenire autonomamente ma non lo ha fatto. Sarà ancora un volta scontro tra governo e regione, visto che il Comitato tecnico scientifico del Dipartimento della Protezione civile aveva ritenuto necessaria la chiusura della zona focolaio già il 3 marzo.

E quindi, chi avrebbe dovuto intervenire? La procura lombarda, dopo aver sentito come testimoni il presidente Fontana e l'assessore Gallera, aveva dichiarato senza mezzi termini che toccava al governo intervenire. Dal canto suo, il premier Conte aveva chiesto approfondimenti per capire se fosse sufficiente isolare l'area o l'intera Lombardia. E il 5 marzo il presidente dell'Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro aveva dato il suo parere, e cioè che sarebbe bastato cinturare i due comuni. Nel frattempo - è la probabile ricostruzione della titolare del ministero dell'Interno - le forze dell'ordine necessarie sono state mandate sul posto, in modo da essere pronte a bloccare l'area. Ma poi il decreto ha trasformato l'intera Lombardia e altre 14 province in zona rossa ed è entrato in vigore dopo qualche giorno, da lunedì 9 marzo.

Per il governatore della Lombardia Fontana era invece «pacifico» che, nel pieno della pandemia, nella prima settimana di marzo, spettava a Roma decidere di isolare i comuni di Nembro e Alzano Lombardo, cosa che poi non è avvenuta in quanto il governo ha trasformato tutta la Lombardia in zona arancione. Sulla stessa linea la testimonianza dell'assessore Gallera. Ma la linea del governo è quella sempre ribadita ai presidenti di regione anche durante la Fase2. Ovvero che ordinanze restrittive erano possibili proprio in forza della legge del 78.

Ultimo aggiornamento: 14:23 © RIPRODUZIONE RISERVATA