Covid Italia, milioni di euro non spesi: dalla sanità ai trasporti, ecco i soldi sul piatto

Sabato 17 Ottobre 2020 di Nando Santonastaso

I soldi Covid come i fondi strutturali europei, stanziarli non significa spenderli anche se di mezzo c'è un'emergenza grande come una casa. Tra decreti del governo ancora privi dei necessari provvedimenti attuativi, inadeguatezza amministrativa di molte Regioni, adempimenti burocratici tutt'altro che semplificati, il conto anti-virus non torna. L'Italia che resta al di sotto del 40% nell'utilizzo certificato, ovvero speso realmente, delle risorse comunitarie (e siamo arrivati alla fine dell'ultimo dei sette anni del ciclo di programmazione, iniziato appunto nel 2014), è la stessa che non riesce ancora a impegnare tutti i finanziamenti pubblici disponibili almeno sulla carta per combattere la pandemia. Eloquenti, ad esempio, i dati che documentano in particolare il paradosso della sanità: di fronte ai 9,5 miliardi stanziati finora dal governo (come riportato sul sito del ministero del Tesoro) «per rafforzare in modo strutturale la rete ospedaliera e garantire la dotazione di personale, strumenti e mezzi al sistema sanitario», l'impatto reale appare di gran lunga inferiore. All'appello mancherebbe soprattutto il potenziamento dell'assistenza territoriale, affidato alle Regioni, per il quale erano stati stanziati 1,2 miliardi di euro: si puntava soprattutto sulle Usca, le Unità speciali di continuità assistenziale che avrebbero dovuto assistere i pazienti a casa (una ogni 50mila abitanti) ma al momento il loro numero sarebbe rimasto molto inferiore a quello previsto. Soldi non spesi, dunque, e medicina territoriale ancora in affanno, ma non solo per questo: anche i 2,5 miliardi destinati all'acquisto di guanti e camici per i medici di base o all'acquisto di vaccini antinfluenzali non risultano ancora utilizzati. Nemmeno il personale che avrebbe dovuto potenziare le strutture ospedaliere è una certezza: «Non è colpa delle Regioni se non si trovano anestesisti sul territorio» dice opportunamente Giovanni Sgambati, leader regionale della Uil Campania. Ma, conti alla mano, sono proprio le Regioni a doversi difendere: avrebbero usato finora soltanto un terzo della prima tranche dei fondi-sanità del governo, pari a circa 3,4 miliardi di euro, due dei quali destinati, appunto, al potenziamento delle strutture. Appena 734 milioni, euro più, euro meno, che in tempi di seconda ondata, di personale carente e di allarme ricoveri non è decisamente una buona notizia.

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Il guaio è che è nemmeno nuova. Perché l'incapacità di spendere investe ogni settore. L'economia, ad esempio: come documentato dal Centro studi di Confindustria nel tradizionale rapporto d'autunno, dei 100 miliardi messi in campo dal governo per riequilibrare l'impatto del virus sull'economia del Paese, ne mancano all'appello almeno 23. In questo caso, secondo gli economisti dell'Associazione, la colpa è dello stesso governo: troppa prudenza nelle misure, eccessiva farraginosità nelle procedure. Un esempio? Dai dati dell'Ufficio di programma di governo della presidenza del Consiglio dei ministri emerge che dei 254 decreti attuativi previsti dalle misure già varate per fronteggiare l'emergenza da Covid-19, ne mancano ancora ben 177. Un numero destinato, peraltro, ad aumentare dal momento che per l'ultimo decreto Agosto, cresciuto nella stesura finale di altri 50 articoli, il numero dei decreti attuativi è salito di altre 23 unità. 

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Il paradosso abbraccia anche il Trasporto pubblico locale. Ma qui le difficoltà di spesa c'entrano poco, nel senso che «le risorse stanziate dal governo hanno permesso di sostenere soprattutto il personale di bus, treni e navi durante la fase di fermo totale delle attività», spiega il segretario nazionale della Fit Cisl Salvatore Pellecchia. In questo settore conta soprattutto la capacità delle grandi committenti di trovare l'accordo con le Regioni per poter impegnare le risorse loro assegnate: «Nel caso delle Ferrovie, ad esempio, si è innescato un circolo virtuoso che permette a Trenitalia di assicurare l'ammodernamento del parco mezzi in base ad un programma ben preciso e, appunto, concordato. Lo stesso non può avvenire nel trasporto su gomma perché a parte poche eccezioni, la stragrande maggioranza delle migliaia di aziende operanti è di piccole dimensioni e dunque pensare ad unico accordo è impossibile». D'accordo, e il paradosso? C'è ed è più che mai attuale: «A marzo, in pieno lockdown rivela Pellecchia avevamo proposto al ministero come sindacati del trasporto di utilizzare i bus turistici, costretti al fermo prolungato, per sostenere la mobilità quotidiana su gomma per studenti e pendolari che già allora si prevedeva in fortissima difficoltà. Non se n'è fatto più nulla ma il tema si ripropone oggi, vedi la Campania, in tutta la sua concretezza: si poteva programmare un intervento che sul piano dei costi non avrebbe comportato alcuna spesa in più, visto che gli autisti dei bus turistici sono sostenuti dalla Cig». Lo Stato, cioè, non ci avrebbe rimesso un euro, gli assembramenti da viaggio sarebbero stati ridotti all'osso e si sarebbe forse evitato il rischio di un altro lockdown, piccolo o grande.

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