De Vito arrestato, il brusco risveglio dei grillini: «Noi siamo come gli altri...»

di Mario Ajello

Arriva la «bomba De Vito». Si scatena lo psicodramma M5S, intitolabile «Diversità ei fu» (ovvero è sepolta per sempre la presunta superiorità morale, orgoglio e sigillo del grillismo), e qualcuno nel terrore e nel caos si lascia sfuggire: «E adesso, chi glielo dice a Casaleggio? Quello è un quacchero». Casaleggio in questo caso è Davide. Ma Gianroberto, che aveva una visione robespierrista dei puri (noi) e degli impuri (gli altri), nell'aldilà si starà mettendo le mani nei (folti) capelli. Sì, è proprio la fine del mito dell'onestà-tà-tà, che è stato brodo di coltura e lievito del movimento, che si trova costretto ora - la nemesi - a parlare vergognosamente una neo-lingua fatta di parole così: «Tangente», «perquisizione», «manette».

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Non quelle degli altri. Ma le proprie. Quando al centro dell'aula di Palazzo Madama il senatore e avvocato grillino Giarrusso, parlando del caso Salvini e in difesa di Salvini, declama «noi 5 stelle non abdichiamo e non abdicheremo mai ai nostri principi morali», l'emiciclo esplode in risate e grida di scherno. «Ah, sì, e di De Vito che ci dice....?», grida uno del Pd. «C'è poco da dire», si duole Morra, presidente della commissione Anti-mafia: «Che mazzata pazzesca!». Infatti barcollano tutti, gravati dalla fardello della fine della diversità morale, i parlamentari 5 stelle. Perché questa, a dispetto di come vogliono far credere, non è l'ennesima scivolata di un singolo ma la dimostrazione più maestosa e definitiva di come il grillismo - di cui De Vito non è una comparsa, ma rappresenta l'ortodossia più antica - in piena mutazione genetica stia divorando se stesso. «E ora Davigo che cosa dice?», è l'altro singhiozzo, riferito al guru del giustizialismo pentastellato e della purezza manipulitista di cui il movimento s'è sempre fatto vanto. Un guru tradito altre volte, ma stavolta di più. E allora tra Montecitorio e il Senato, capita di imbattersi in più di un parlamentare M5S che supplica: «Abbiate pietà...». Verrebbe da averla, perché la ferocia del momento e la paura del disastro compiuto sono un mix micidiale. Con cui nessuno di loro riesce a convivere davvero. «Lo scuorno, ecco che cos'è», ossia la vergogna, confida un sottosegretario meridionale.

E subito Rocco Casalino, il plenipotenziario della comunicazione di governo e di partito, dirama l'ordine all'esercito degli sbandati: «Quando parlate di De Vito, premettete il suffisso ex». Ossia è stato sbianchettato il presidente del consiglio capitolino, è calata su di lui la damnatio memoriae. Come se non fosse un superbig ma l'ultimo peone.
I peones contriti e delusi guardano alla Camera la porta dell'ufficio di Fico e chiedono di lui: «Tace? Esterna? Ce la dà la linea o non ce la dà?». Ma Fico è Fico, e non un cuor di leone. Semmai è una sfinge (anzi, no: la Sfinge è il soprannome che nel movimento fu dato a De Vito). Il desiderio di essere come tutti non c'è mai stato nelle file stellate, il terrore di essere diventati come gli altri invece c'è, ed è arrivato fortissimo come una scossa elettrica. Di quelle che solo Roma riesce a dare - qui franò per esempio il Direttorio nazionale, che avrebbe dovuto comandare tutto ma esplose appunto per vicende capitoline che Di Maio non seppe gestire - e l'Urbe si rivela ancora una volta l'incubo per M5S. Che, sbando per sbando, soltanto con il Dibba potevano illudersi di ripartire se non a livello italiano almeno su dimensione locale, ma quello vuole scappare in India.

ADIEU
La fine della diversità morale scatena i sospetti («Come l'ha presa la sindaca? Starà festeggiando?») e rinfocola le faide interne. Non si trattiene la Raggi: «De Vito e la Lombardi non mi amavano». E si danno i numeri: «Alle Europee almeno il 20 lo prendiamo?». C'è chi paventa la forchetta tra il 10 e il 15. E intanto l'ordine di scuderia è quello riassunto dal sottosegretario Fantinati: «Noi restiamo diversi, infatti a De Vito lo abbiamo subito sbattuto fuori». Di Maio lo ha fatto con una durezza assoluta. Ma il mondo si è capovolto e i sussurri sembrano quelli dei vecchi democristiani sotto il fuoco di Tangentopoli: «A che cosa mirano questi giudici? Che cosa c'è dietro?». C'è il tramonto del mito dell'incorruttibilità. E Robespierre? Adieu!
 
Giovedì 21 Marzo 2019, 07:44 - Ultimo aggiornamento: 21-03-2019 10:00
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