Di Matteo-Bonafede: è scontro. Il centrodestra: via il ministro

Martedì 5 Maggio 2020 di Fabrizio Nicotra
Di Matteo-Bonafede: è scontro. Il centrodestra: via il ministro

Carceri, boss e politica: esplode la grana giustizia nel Movimento 5 Stelle. Il blocco che saldava i grillini a un parte delle procure si sfalda e la polemica tra Nino Di Matteo e Alfonso Bonafede mette in imbarazzo i pentastellati (tra i quali sembra in corso una vera e propria faida), con il Guardasigilli che finisce nell'occhio del ciclone per le parole del consigliere del Csm. Tutto comincia domenica sera a Non è l'arena su La7: l'ex pm di Palermo racconta che due anni fa Bonafede gli aveva proposto di dirigere il Dap (il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria) o, in alternativa, gli Affari penali. Ma quando, ricorda sempre Di Matteo in diretta tv, 48 ore dopo lui gli comunicò che accettava la direzione delle carceri, il Guardasigilli ci aveva ripensato. E questo, secondo il consigliere del Csm, avvenne dopo la reazione di alcuni «importantissimi capimafia» intercettati in carcere: «Se nominano Di Matteo, per noi è la fine, questo butta la chiave». Bonafede reagisce con una telefonata, anche questa in diretta: quella intercettazione «era già stata pubblicata». E «il fatto che avrei ritrattato, in virtù di non so quale paura sopravvenuta, non sta né in cielo né in terra», dice il ministro. 
 


Il duello arriva a distanza di due giorni dalle dimissioni del capo del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria Francesco Basentini, legate alle polemiche su coronavirus e scarcerazioni dei boss. Per sostituirlo, Bonafede ha scelto il Pg di Reggio Calabria Dino Patralia.

Il centrodestra non perde la ghiotta occasione e chiede le dimissioni del Guardasigilli, a partire da Giorgia Meloni: «Ai disastri si aggiungono le ombre - accusa la leader di Fratelli d'Italia - fossi in Bonafede rassegnerei le mie dimissioni di ministro della Giustizia». «Venga immediatamente in Parlamento» - incalza Mariastella Gelmini, capogruppo di FI alla Camera - o Di Matteo lascia la magistratura o Bonafede lascia il ministero della Giustizia». Sulla stessa lunghezza d'onda anche la Lega di Matteo Salvini. In serata, dopo i Tg, arriva anche la difesa del premier Giuseppe Conte. «Piena fiducia» nell'operato di Alfonso Bonafede «fuori dalla realtà che possa essere stato condizionato dalla mafia», sostiene il premier che ha anche telefonato al Guardasigilli.

La maggioranza prova ad arginare la slavina, e tuttavia Pd e Iv chiedono al ministro di chiarire i contorni della vicenda. «Siamo certi che verrà al più presto a riferire in Parlamento sull'impegno del governo contro le mafie», dicono il responsabile giustizia del Pd, Walter Verini, e il capogruppo in Commissione antimafia Franco Mirabelli, che giudicano comunque «irresponsabile» la richiesta di dimissioni da parte dell'opposizione. Più diretto invece Renzi. Per il leader di Italia Viva ora serve «la verità»: «Voglio vedere se è un regolamento di conti, questo rischia di essere il più grave scandalo giudiziario degli ultimi anni».

Cerca di chiudere il caso il capo politico di M5S Vito Crimi, che ribadisce la fiducia del partito nel Guardasigilli. E Di Maio: «Il ministro ha la schiena dritta». Questo però non basta a calmare i malumori interni al Movimento, che via via che passano le ore assomigliano sempre di più a una guerra interna. Di Matteo è un'icona dei 5Stelle, uno dei magistrati più amati dai vertici e dal popolo grillini. E allora non manca, tra i parlamentari, chi chiede a Bonafede di chiarire al più presto. E in serata ecco il disappunto del presidente della Commissione antimafia Nicola Morra, molto vicino a Roberto Fico: «C'è stato un cortocircuito, auspico un chiarimento tra il ministro e Di Matteo». Insomma il fronte giustizialista pentastellato sembra irrimediabilmente spaccato e la grana rischia di travolgere Bonafede.

Il Guardasigilli, che già domenica sera si era detto «esterrefatto» dalla ricostruzione di Di Matteo, torna sulla vicenda con un post su Facebook e definisce «infamante e assurda» l'idea che si sarebbe lasciato «condizionare dalle parole pronunciate in carcere da qualche boss mafioso». Di Matteo però non ha intenzione di fare marcia indietro: «I fatti che ho riferito li confermo e non voglio modificare o aggiungere alcunché».

 

Ultimo aggiornamento: 13:21 © RIPRODUZIONE RISERVATA