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GIUSEPPE CONTE

Draghi valuta se restare con i fuoriusciti del M5S. Ma serve il sì della Lega

Lunedì 18 Luglio 2022 di Alberto Gentili
Draghi valuta se restare con i fuoriusciti del M5S. Ma serve il sì della Lega

Mario Draghi viene descritto «impressionato» e «lusingato» dalla valanga di appelli a restare a palazzo Chigi che gli piovono addosso «dal Paese reale». E oggi, durante la trasferta ad Algeri per firmare nuovi accordi di fornitura di gas, il premier avrà il tempo «per riflettere». Valutando due novità che potrebbero far vacillare la determinazione a mandare tutti al diavolo maturata giovedì dopo che Giuseppe Conte gli ha negato la fiducia. La prima: se il M5s si spaccherà ancora e di fatto Conte si rivelerà «marginale» e «non più rappresentativo» del Movimento, come dice un’alta fonte di governo, «Draghi potrebbe decidere di andare avanti». La seconda: disinnescato di fatto il nodo-M5s, i riflettori sono puntati su Matteo Salvini. «È dal capo della Lega, adesso, che devono arrivare garanzie chiare: deve promettere di smetterla di cannoneggiare e ricattare il governo», dice chi ha parlato con il premier. 

Impresa tutt’altro che facile. Non a caso chi è vicino a Draghi avverte: «Se non finiscono questi balletti, Mario mercoledì si dimetterà definitivamente. Per ora non ci sono le condizioni per restare». Tant’è, che in mancanza di «novità sostanziali» Sergio Mattarella è determinato a sciogliere il Parlamento entro venerdì in modo da portare il Paese alle elezioni al più tardi il 2 ottobre. E più di un ministro dà il voto anticipato al 60-70%. Ma già il fatto che uno dei nodi, quello di Conte, appaia in via di soluzione, «è un passo avanti». 

Dietro alla potenziale nuova scissione del M5s c’è il Pd. È stato Enrico Letta venerdì a lanciare l’appello ai grillini affinché sostengano Draghi a prescindere da Conte, «riportando a bordo» della maggioranza, «tutti o una parte» dei 5Stelle. E ora questo scenario sembra vicino a realizzarsi se l’ex premier confermerà gli ultimatum all’indirizzo di Draghi. «L’assenza di Conte dalla maggioranza sarebbe un elemento di chiarimento e potrebbe convincere il premier», conferma un alto dirigente del Pd. «Tanto più che a quel punto Conte non rappresenterebbe più il Movimento che nel febbraio del 2021 disse sì al governo di unità nazionale», aggiunge un ministro di prima fascia, «e così si toglierebbe l’alibi a Salvini e a Berlusconi di dire no al governo con dentro i 5Stelle...».

 

La partita a questo punto è proprio questa. Come dice la forzista   «noi al governo con i grillini che si sono rivelato irresponsabili non ci possiamo più stare». Ma se il M5s si sgretola e altri 5Stelle passano con Luigi Di Maio o formano un’altra new-co, Salvini e Berlusconi avrebbero difficoltà a buttare giù Draghi. I due, mai come in queste ore in sintonia tanto da incontrarsi ieri a Villa Certosa, vorrebbero andare sparati a elezioni. Entrambi sanno che contro un fronte progressista sgretolato «si vincerebbe a mani basse». Di più: «Forza Italia è tornata a crescere, abbiamo la possibilità di un gol a porta vuota», confida Berlusconi. Ma sia il Cavaliere che Salvini non vogliono restare con il cerino im mano. Non intendono passare alla storia come quelli che hanno fatto cadere Draghi. I ceti produttivi, come dimostra la grandinata di appelli di ogni settore produttivo (inclusi quelli del Nord-Est), invocano la permanenza a palazzo Chigi del premier. Chiedono stabilità. Pretendono l’attuazione del Pnrr, delle misure anti-inflazione, delle riforme della giustizia, concorrenza, fisco, etc. E se ne fregano dei pruriti elettorali dei leader leghista e di quello forzista. 

Ecco perché Salvini e Berlusconi provano a incassare le elezioni invocando il Draghi-bis senza i 5Stelle, ben sapendo che questo schema porterebbe dritti al voto: Draghi ha già detto di no e il Pd non accetterebbe di sostenere un governo sbilanciato a destra. Ma se davvero Conte si chiamerà fuori e il M5s si sgretolerà, per i Salvini e Berlusconi sarebbe difficile staccare la spina. C’è da capire se Draghi accetterà il gioco del cerino. Difficile. Il premier resta molto tentato dall’addio. «Non lo farà solo se penserà di essere paragonato al capitano accusato di abbandonare la nave in un mare in tempesta», dice un altro ministro di prima fascia, «la sua via di fuga è rappresentata, a questo punto, proprio dagli sfracelli minacciati da Salvini...».

Ultimo aggiornamento: 11:30 © RIPRODUZIONE RISERVATA