Crollo M5S, tensioni nel governo: la Lega prepara la resa dei conti sulla Tav

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di Marco Conti

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«Se qualcuno pensa che la strada sia quella del Dibba non ne usciamo. Parlare solo alla zoccolo duro del nostro elettorato ci fa perdere il voto d'opinione». Nel giorno del Maalox e del silenzio dei vertici, è difficile trovare un grillino di governo che voglia metterci la faccia. E così, mentre Matteo Salvini dice di non voler toccare nulla del governo, nel M5S il caos monta e il Movimento mostra crepe profonde, voglia di resa dei conti ma anche di riscatto.

La partita più importante, e delicata per il futuro del governo, è quella tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio. I rapporti tra i due sono logorati e il vicepremier accusa Conte di aver contribuito ad indebolire il peso del M5S nell'esecutivo e di essersi di fatto iscritto al terzo partito della maggioranza, sul quale vigila il Quirinale, e che annovera i ministri Moavero, Tria, la Trenta e lo stesso Savona, almeno sino ad una settimana fa. Troppe mediazioni «al ribasso» da parte di Conte. Ma soprattutto, sempre a giudizio di Di Maio, la «costante presa di distanza», in Europa come in Italia, dalle battaglie del Movimento. L'elenco è lungo e va dalla spiegazione offerta da Conte alla cancelliera Merkel sulla politica estera grillina e carpita da La7, ai rapporti con la Commissione Ue e con il Quirinale, passando per i legami con quel mondo accademico - dal quale proviene Conte - che consiglia di andare avanti con la Tav, così come fatto su Ilva e Tap. Sullo sfondo del rapporto tra i due un sospetto forte che agita i sonni del vicepremier. Ovvero che l'avvocato, dopo l'esperienza a palazzo Chigi, e forte dell'alta percentuale di gradimento raccolta in sette mesi, non voglia tornare all'attività accademica - come promesso - ma intenda mettersi in proprio. Magari alla guida di un movimento riformista in grado di traghettare anche molti dei nuovi eletti che in questa legislatura più volte si sono lamentati dello strapotere della leva del 2013 andata quasi tutta al governo e che «decide senza consultarci trattandoci da schiacciabottoni». Conte, che ieri si è autodefinito non solo «presidente della Repubblica», ma anche «garante della coesione nazionale», nelle ultime settimane ha in effetti trovato più sponde nella Lega che nel M5S. Lo scontro su Bankitalia, come quello con la Francia o la questione venezuelana, lo testimoniano. Tutte zeppe che la coppia del doppio di, Di Maio e Di Battista, hanno messo all'attività di palazzo Chigi e che hanno contribuito ad incrinare anche i rapporti internazionali che Conte ha faticosamente costruito in sette mesi di governo.
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Martedì 12 Febbraio 2019, 12:00 - Ultimo aggiornamento: 12-02-2019 17:59
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