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Partiti malati e leader spenti, gli effetti del voto in vista del 2023

Mercoledì 15 Giugno 2022 di Massimo Adinolfi
Partiti malati e leader spenti, gli effetti del voto in vista del 2023

Un test molto parziale quello amministrativo di domenica scorsa, ma che cade a un anno dal voto per le Politiche, in un momento di diffusa incertezza. Troppe le variabili in gioco: lo scenario internazionale, la legge elettorale, la prospettiva economica, il profilo delle coalizioni, il rapporto fra gli alleati e anche la situazione all’interno dei singoli partiti. 

La confusione sotto il cielo è grande e però la situazione non è affatto eccellente. Proviamo allora a vedere come possono presentarsi le cose, dal punto di vista dei principali protagonisti dell’attuale fase. A cominciare dal presidente del Consiglio dei ministri Mario Draghi, fino ai leader che compongono la sua maggioranza (il dualismo Conte-Di Maio nel M5s, il Pd di Enrico Letta, la Lega di Salvini e il ruolo di Berlusconi nel tentativo di rilanciare Forza Italia). All’opposizione, cresce il consenso di Giorgia Meloni.

Silvio Berlusconi

Con Fi al 7% il Cavaliere culla il sogno del federatore

Possibile che il Cavaliere sia ancora lì? Possibile, certo. Anche se non dà più le carte. Anche se Forza Italia vale poco più del 7%. (ma sono voti che difficilmente si potrebbero spostare sugli altri partiti del centrodestra). Anche se i dissapori dell’ala governista di Brunetta, Gelmini e Carfagna lasciano immaginare future tensioni, e finanche scissioni. Il compito di Berlusconi è quello di tenere insieme non solo il partito, ma anche la coalizione. Però l’investitura amicale di Salvini a leader del centrodestra si scontra sempre di più con la realtà – oltre che dispiacere ai ministri suddetti – mentre i progetti di federazione fra i partiti non decollano. Il voto amministrativo dimostra che dove si presenta unito il centrodestra vince, ma cosa unisce i partiti di centrodestra il voto ovviamente non lo dice. Fi sembra peraltro disponibile a soluzioni proporzionalistiche, che gli conferirebbero un peso relativo maggiore, ma per la stessa ragione gli alleati non sembrano disponibili. E lo stallo continua.

Carlo Calenda

Azione verso un 5% stabile: «Mai con i 5s, sì alla Moratti»

Facciamo un torto entrambi: mettiamoli insieme, Carlo Calenda e Matteo Renzi. Nonostante non poche ruvidezze personali e caratteriali, è insieme che dovrebbero stare, il leader di Azione e il numero uno di Italia viva. Valle a spiegare, infatti, a una qualunque persona che non ami troppi arzigogoli, dove starebbero le differenze fra i due. Va a spiegare soprattutto perché le differenze fra di loro dovrebbero essere più grandi di quelle che li separano dalle altre forze politiche. Eppure, i due non si amano, si punzecchiano, si fanno i dispetti, e rinviano ogni possibile accordo a data da destinarsi. Calenda è uscito bene dalle elezioni, e può superare da solo anche il 5 per cento. Di alleanze coi Cinque Stelle non ne vuol sapere, e la sua strategia è quella di incalzare il Partito Democratico al centro: vedi la proposta di sostenere persino l’ipotesi di candidatura di Letizia Moratti per le prossime elezioni regionali in Lombardia. 

Giuseppe Conte

«Giuseppi» tra campo largo con mani libere. E il M5s affonda

Pensate un momento: chi è il leader più nuovo in campo? Cronologicamente parlando, Giuseppe Conte. E però non è alla novità che è associata la sua immagine. I Cinque Stelle sono stati questo, in passato: novità, e rottura. Slogan populisti e personale politico immacolato (con alto tasso di inesperienza, va da sé). Al termine di una legislatura in cui non hanno trascorso una sola ora lontano da Palazzo Chigi, tutto ciò non è più riproponibile. Il voto impietoso di domenica, con percentuali a una cifra, è la conseguenza logica di una parabola inevitabile, per rovesciare la quale non poteva bastare la popolarità dell’ex premier. Che fare? L’avvocato medita scelte che spostino il Movimento a sinistra, vagheggia costituenti progressiste oppure sogna nuove fiammate populiste. Ma una parte del M5s, Di Maio in testa, ha scelto invece un acquartieramento moderato e liberale: la contraddizione è palese. Conte vuole stare nel campo largo di Letta, ma vorrebbe anche avere le mani libere. 

Mario Draghi

Navigazione tra i marosi ma la stabilità è necessaria

Draghi non è che sia chiamato direttamente in causa dal voto. Non gli è richiesto di commentare l’esito elettorale, e neppure di disegnare trame e strategie. Non sta a lui rallegrarsi né dolersi. E però, come diceva il filosofo, gli tocca comunque di comprendere che la navigazione del suo governo non sarà facile, nei prossimi mesi. Vuoi perché c’è da scrivere una legge di bilancio con lo spread in rialzo e la crescita azzoppata dalla guerra. Vuoi perché c’è chi paventa l’ipotesi che Lega e 5S in autunno possano sfilarsi, e rendere ancora più difficile la prosecuzione dell’attività di governo. Vuoi, infine, perché la costruzione di un’area di centro, draghiana, volente o nolente il premier, potrà anche andar bene alle elezioni, ma fino ad allora è destinata ad accrescere e non a diminuire l’instabilità politica. Alla fine, il vero fattore di stabilizzazione è ancora costituito dalla difficilissima situazione internazionale, che non permette pause nella rappresentanza politica e istituzionale del Paese.

Enrico Letta 

Pd, scelte chiare su Nato e Ue ma le alleanze non decollano

Il segretario del Pd porta a casa un buon risultato. Conquistare Lodi e Padova, essere davanti a Verona non era affatto scontato. Ma l’analisi del voto (che deve tener conto anche di sconfitte come quella di Palermo) non risolve le grane politiche. Che stanno tutte nella difficoltà di dar forma a quel «campo largo» di cui Enrico Letta parla da quando è tornato dalla Francia, per guidare i dem. Il campo largo suppone la capacità di mettere insieme le ringalluzzite forze centriste da un lato e gli abbacchiati 5S dall’altro. Cioè di sommare mele forse mature e pere ormai ammosciate, che per giunta fanno a gara a dire che non se ne parla. Ovvio che la legge elettorale spinga in quella direzione, ma non è detto affatto che la spinta sia sufficiente. Non è detto neppure che non sia una somma a perdere, e che gli italiani non si stufino di vedere presentarsi alle elezioni coalizioni che finiscono in frantumi. Resta che perlomeno il Pd ha chiaro da che parte stare: con Draghi, con l’Ue, con l’alleanza atlantica. 

Giorgia Meloni

Il centrodestra a guida Fdi, la sfida è aperta sulla leadership

Fdi è davanti alla Lega: questo dato contiene tutta intera la valutazione che Giorgia Meloni può dare del turno amministrativo. Sembra sempre più difficile che una futura coalizione di centrodestra (oggi avanti nei sondaggi) possa accantonare le legittime ambizioni della leader di Fdi. Si potranno poi fare altre considerazioni: se la leadership della Meloni non possa finire con l’allontanare un elettorato moderato. Se il partito della Meloni abbia sufficiente capacità coalizionale, o non rischi invece di perdere pezzi al centro. Se abbia una classe dirigente pronta per assumere le principali responsabilità di governo. Se, infine, non siano immaginabili resistenze nelle cancellerie europee. Fatte tutte queste considerazioni, rimane comunque l’evidenza dei numeri: la Lega cala, Fratelli d’Italia sale (mentre Forza Italia non scompare, ma non ha certo la capacità trainante di una volta). Forse, il solo vero ostacolo sarebbe un cambiamento della legge in senso proporzionale. 

Matteo Renzi

Italia viva vuole l’asse centrista, Matteo e Carlo non dialogano

Ma, in fin dei conti, Matteo Renzi, ex presidente del Consiglio e oggi leader di Italia Viva, non dice cose molto diverse da Carlo Calenda: anche per lui non si può più stare coi grillini, e anche lui prova a dialogare col centrodestra: vedi l’appoggio al neosindaco, confermato già al primo turno, di Genova, Marco Bucci (e vedi anche l’esperimento andato di scena a Palermo, dove è mancata solo l’ufficialità). Per entrambi, Calenda e Renzi, infine, la strada è già tracciata: si tratta di scomporre le attuali coalizioni di centrosinistra e di centrodestra, e fare emergere con forza un’area liberal-riformista che abbia un peso determinante in ogni futura alleanza di governo. E continui a usare, se serve, anche la carta dell’attuale premier a Palazzo Chigi, Mario Draghi. Però insieme, Calenda e Renzi, non riescono proprio a stare. E la cantilena continua: non si amano, si punzecchiano, si fanno i dispetti.

Matteo Salvini

Il «Capitano» è appannato. La Lega giù ora aspetta la svolta

Non sparate sulla Croce rossa. La verità è che dal Papeete in poi il capo del Carroccio non ne ha indovinata una. E l’uno-due di domenica scorsa, col naufragio dei referendum promossi dalla Lega e poi mandati alla deriva e il sorpasso a destra della Meloni, è stato solo l’ultima delle giornate storte di Matteo Salvini. Il quale, diciamo la verità, alla scelta di stare al governo con Draghi non ha mai creduto. L’ha accettata, l’ha subita, non l’ha mai rivendicata davvero. E se potesse la rinnegherebbe oggi stesso, probabilmente, tornando a fare quello che sa fare meglio: il leader di un’opposizione populista e sovranista, che dentro le mediazioni di governo, gli equilibri internazionali, i vincoli di politica economica non ci vuole stare. Il fatto è che parte importante della dirigenza leghista – da Giorgetti ai governatori – lavora invece per un diverso profilo politico, che sia in grado di rappresentare gli interessi dei ceti produttivi del Nord in una prospettiva di modernizzazione del Paese.

Ultimo aggiornamento: 12:21 © RIPRODUZIONE RISERVATA