Elezioni amministrative, le partite dei leader Berlusconi, Conte, Letta, Meloni, Renzi e Salvini

I rischi per le due coalizioni e le speranze dei big: cosa può cambiare il voto nelle città

Domenica 3 Ottobre 2021 di Marco Conti
Elezioni amministrative, le partite dei leader Berlusconi, Conte, Letta, Meloni, Renzi e Salvini

Al liceo Mameli, dove si recherà a votare, Mario Draghi andrà a cuor leggero. Infatti la sfida amministrativa lo riguarda come cittadino della Capitale mentre ai partiti, che lo sorreggono e non, spetta il compito di rafforzare o ricostruire alleanze e leadership in attesa delle elezioni politiche del 2023. D’altra parte l’arrivo a Palazzo Chigi dell’ex presidente della Bce svolge anche questa funzione e il risultato di domani sera contribuirà ad avviare un riassetto che a febbraio, in occasione dell’elezione del Capo dello Stato, risulterà evidente. Lo scossone che potrebbe prodursi è destinato a scatenare tensioni e polemiche dentro e tra i partiti. Il presidente del Consiglio continuerà a tenersi alla larga dalle convulsioni ai partiti respingendo, come accaduto di recente sulla vicenda del Quirinale, i tentativi di essere in qualunque modo arruolato. Dalla sua ha l’assoluta necessità di quasi tutta la maggioranza, e di tutti gli eletti, che la legislatura continui. Ma, come ha sottolineato di recente, se il governo perde efficacia «non ha più ragione di esistere». Un avviso chiaro sui confini dentro i quali dovrà svolgersi il confronto perché i dossier da affrontare sono tanti e non sono ammessi veti o ultimatum.

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GIORGIA MELONI

FdI primo partito? Potrebbe non bastare

Partire favoriti può essere pericoloso. Soprattutto se i risultati dovessero certificare che il centrodestra a trazione FdI porta molti voti ma “zero tituli”, o quasi. Nella sua città, Roma, la Meloni corre la sfida principale. Ha proposto lei Enrico Michetti alla coalizione che, per non implodere, tra quindici giorni deve riuscire ad approfittare della fine della parentesi amministrativa grillina insediando Michetti in Campidoglio. Per la Meloni quello di oggi e domani è il primo appuntamento dove tramutare i sondaggi in voti. E’ per questo che ha condotto una campagna elettorale in prima persona che ha finito con l’oscurare i candidati entrando anche in competizione con l’alleato leghista. La scelta fatta dal centrodestra di schierare candidati civici nei principali comuni aveva anche l’obiettivo di non avvantaggiare nessuno, ma ha dato da subito l’impressione - specie a Milano - che il centrodestra non volesse del tutto competere e che la vera sfida fosse interna su chi dovrà guidare il centrodestra alle elezioni del 2023. Se FdI dovesse superare la Lega, sarebbe infatti complicato per Salvini mettere in discussione il principio secondo il quale guida la coalizione va a chi ha più voti. L’inchiesta di Fanpage ha rappresentato un colpo all’immagine di FdI ma non scalfisce quella della sua leader che, per ricoprire il ruolo di aspirante-premier, ha però bisogno di un partito credibile. Soprattutto a Bruxelles.

GIUSEPPE CONTE

Per l’avvocato cruciale il risultato di Roma

È arrivato alla guida del M5S quando candidati e alleanze erano già definiti. Alla prima prova elettorale da capo del Movimento, Giuseppe Conte non si è risparmiato girando l’Italia in lungo e in largo. Obiettivo: arginare la devastante discesa delle percentuali del M5S con la sua popolarità che è ancora alta. Ha rimandato le nomine interne al partito, anche a rischio di intestarsi da solo l’eventuale sconfitta, dove si affilano i coltelli qualora a Roma la sindaca uscente dovesse arrivare quarta e con percentuali dimezzate rispetto al 2016. Alla chiusura della campagna elettorale c’erano tutti i big del partito, compreso Luigi Di Maio, ma lo scontro interno è destinato ad accendersi già da domani sera qualora, sia a Roma che a Torino, dovesse proporsi il tema dell’appoggio al candidato dem. Conte e il ministro D’Incà non hanno dubbi, ma, specie a Torino, è difficile che spunti quello spirito di coalizione che Conte e Letta inseguono e che in campagna elettorale non ha prodotto neppure un comizio in comune. L’ex premier potrebbe consolarsi con i risultati di Bologna e Napoli. Ma nel capoluogo emiliano corre un candidato dem a tutto tondo, Matteo Lepore, mentre a Napoli i grillini sostengono Gaetano Manfredi, un professore ed ex ministro dal profilo civico. 

ENRICO LETTA

Il dem vuole prendere tutti i grandi Comuni

È candidato alle suppletive di Siena e una vittoria, con tanto di ingresso in Parlamento, lo rafforzerebbe soprattutto nel partito dove c’è chi già chiede che venga fissata la data del congresso. Conquistare la Capitale, riportando un dem al Campidoglio dopo la breve parentesi di Marino, sarebbe un successo importante ma da sventolare sino ad un certo punto perché passerebbe su una cocente sconfitta del partito con il quale Letta intende costruire il nuovo Ulivo. I dem hanno condotto una campagna elettorale con i guanti nei confronti dell’alleato nella speranza che al ballottaggio il M5S possa sostenere, a Roma come a Torino e in altre città, i candidati del Pd. Passaggio complicato che dipende molto dalla tenuta grillina e dalla reazione che avrà l’eventuale sconfitta.

Anche Letta, come Berlusconi, ha il problema dell’esodo. A Roma, come a Napoli, corrono per la carica di primo cittadino, Calenda e Bassolino, due ex le cui percentuali potrebbero contribuire a spiegare perché il Pd è “cementato” sul 20%. Il fatto che le vittoria a Bologna e Milano non sono mai state in discussione, permette ai dem di partire in vantaggio, ma senza un esplicito appoggio del M5S ai ballottaggi le prove generali del centrosinistra rischiano di fallire e di dare fiato a coloro che nel Pd da tempo storcono il naso.

SILVIO BERLUSCONI

L’obiettivo del Cavaliere è la sopravvivenza di FI

«Senza Forza Italia non si vince e non si governa». Niente comizi, ma anche se a distanza Silvio Berlusconi non si è risparmiato nella campagna elettorale. Ha preso parte ad ogni manifestazione dove è stata chiesto il suo intervento e ha spronato alla vittoria, anche se - appena ne ha occasione - prova a spiegare, soprattutto ai suoi due alleati, che un’alleanza tutta spostata a destra non funziona. Sotto le insegne di Forza Italia non corre nessun candidato delle grandi città. Ha però la Calabria dove si aspetta una vittoria di Occhiuto. Sul resto delle sfide dividerà pubblicamente gioie e dolori con Salvini e Meloni. Ad intristirlo potrebbero essere le percentuali di FI. A 85 anni suonati il Cavaliere non risparmia consigli, ma il partito che ha fondato potrebbe trovarsi da domani, o dopo i ballottaggi, con nuove spaccature e nuovi esodi. I movimenti che si annunciano nel centro dello schieramento politico rischiano infatti di scaricarsi soprattutto su FI e non basterà ad Antonio Tajani, coordinatore del partito, ancorarsi al governo di Mario Draghi. Tra l’ala governista e il resto del partito, le tensioni sono da tempo evidenti. Perdere però altri pezzi, dopo l’ultimo corposo esodo di dodici parlamentari in direzione “Coraggio-Italia”, significa per FI presentarsi più deboli al tavolo dell’elezione del nuovo Capo dello Stato dove, assicurano, «Berlusconi è il nostro candidato». 

MATTEO RENZI

Italia Viva fa il tifo per il flop dei 5Stelle

Ha girato per la campagna elettorale, ma soprattutto per presentare il suo libro. Amministrative in surplace per Matteo Renzi che ha posizionato il suo partito, Italia Viva, in alleanza con il Pd, a Milano, Bologna e Napoli, ma anche contro, a Roma. L’ex premier ha dimostrato in passato di aver un fiuto politico particolarmente sviluppato e attende il risultato di domani sera per capire dove orientarsi per contare di più nella prossima elezione del Capo dello Stato. L’ex premier continua a tenere sotto pressione quella parte di Pd che vorrebbe un’intesa organica con il M5S. Sapeva che l’attuale governo super-europeista e “vaccinista” avrebbe mandato in tilt il populismo leghista e grillino e si gode lo spettacolo. Aspetta il momento che Conte ufficializzi il suo stare a sinistra per cambiare di nuovo il gioco magari lavorando di sponda con una parte del centrodestra.Nel frattempo però si moltiplicano i leader che vorrebbero prendergli il posto e non solo in Parlamento. A giudicare dal pienone fatto in piazza del Popolo a chiusura della campagna elettorale, Carlo Calenda potrebbe rappresentare per Renzi la maggiore insidia. Nella disarticolazione del sistema, l’ex premier si trova a suo agio, ma rischia di non incassarne i frutti della sua strategia.

MATTEO SALVINI

Il test per la Lega si decide sotto il Po

Se qualche mese fa sembrava impossibile, ma Salvini è in discussione. Nel partito e nel centrodestra. Aver preso un partito al 3% concede però grandi margini al segretario che non ha avuto problemi nell’annunciare il congresso per il prossimo aprile. Salvini non vive i fasti del 2019. Potrebbe rivendicare di essere stato uno dei primi a volere l’attuale governo, fermando l’esodo di parlamentari che avrebbe permesso la costruzione del Conte3 inseguito da Pd e 5S, ma ha l’assillo della Meloni che è all’opposizione. I tre ministri che ha al governo e i governatori però lo incalzano ma il segretario avverte con ansia il fiato sul collo di FdI che lo porta ad entrare in contraddizione con il sostegno al governo Draghi. La competizione con FdI e la sua leader ha caratterizzato la campagna elettorale e da domani sera si scoprirà se è stata controproducente o meno. Il leader della Lega ha però già fatto sapere che il conto per capire chi ha vinto o perso va fatto sul numero complessivo dei capoluoghi al voto e non solo sulle sfide nelle grandi città. Se tra due settimane dovessero andare al ballottaggio Michetti e Damilano, rispettivamente a Roma e Torino, la sfida tra Meloni e Salvini tornerebbe nel vivo ma potrebbe essere l’ultima qualora i risultati dovessero confermare che con l’attuale sistema elettorale la Lega, alla elezioni politiche, non vincerebbe un collegio sotto il Po.

Ultimo aggiornamento: 14:21 © RIPRODUZIONE RISERVATA