La rete di Di Maio da sinistra a destra: su temi economici sintonie con Lega e Bersani

ROMA «Stiamo volando, e ora voliamo al governo». Incontenibile la gioia di Di Maio.Ma per lui, il leader del partito arrivato primo, il capo politico di M5S che ebbe il 25 per cento nel 2013, scese al 21 alle Europee e ora ha toccato il suo record, la questione governo non sarà molto semplice. «Ora tutti dovranno parlare con noi, e si parlerà di contenuti»: questa la linea. Che si basa su una certezza che certa non è affatto: ossia che il presidente Mattarella, a cui è stata mandata invano la mail con la lista dei ministri, darà al primo partito, e non alla prima coalizione, cioè al centrodestra, l’incarico.

NEL NOME DI KEYNES
Intanto esulta il Giggino volante: «Hanno fatto il Rosatellum per eliminarci, e s’è visto come ci sono riusciti!». Il problema, però, in chiave maggioranza di governo, si chiama autosufficienza. Quella, pur in presenza di un grande successo storico, non c’è. O se ci sarà, il primo test per vederne l’esistenza sarà l’elezione a fine marzo del presidente della Camera. I 5 stelle presenteranno un nome loro, e lì si vedrà preliminarmente la loro capacità coalizionale. E poi, tutto il resto. Il piano di Di Maio è guardare a sinistra verso Leu - ma i seggi del partito bersaniano saranno molto pochi e non serviranno granché - ripartendo, a ruoli invertiti, dal famoso streaming, all’indomani delle elezioni del 2013, in cui Bersani cercò di «scongelare» i cinque stelle invitandoli a partecipare a un «governo del cambiamento».

Ora è Di Maio pronto a chiedere ai bersaniani di «scongelarsi». Lo spazio di manovra c’è. I ministri economici grillini - Fioramonti, Tridico e Rovantini - sono tutti keynesiani, tutti di sinistra, tutti abituati a parlare il linguaggio di Stiglitz, e con programmi poco distinguibili da quelli di Leu. Si può fare? Il limite è nei numeri. Il fattore matematico sarebbe invece inesistente, nell’ipotesi - che Di Maio tiene sempre aperta - di convergenza con la Lega. Non si capisce però quale sarebbe l’interesse di Salvini, che rappresenta il partito più forte nella coalizione arrivata prima e a lui toccherebbe la premiership, a stabilire un dialogo con M5S quando è il vincitore nel centrodestra che ha vinto. Anche qui, oltre sui temi dell’immigrazione e della sicurezza, è il terreno economico quello in cui sarebbe praticabile l’incontro M5S-Carroccio. Bagnai e Borghi, i due economisti di Salvini, sono in piena sintonia con la cultura dei grillini. Per non dire dell’atteggiamento, comune, nei confronti dell’Europa. Ma che anche questa via sia stretta e incerta il primo a saperlo è proprio Giggino.

IL CARRO
Qualche sponda ulteriore, ma limitatissima, nel tentativo di dialogo a sinistra, si spera di trovarla nel Pd, ma i neo-eletti dem saranno tutti o quasi di stretta osservanza renziana. In maniera residuale esistono ancora sensibilità sul tipo di quella di Cesare Damiano, che nelle politiche sul lavoro è sempre andato in accordo, in commissione parlamentare, con i grillini. Ma si tratta di un’area quasi inesistente. Dalla Puglia c’è però Michele Emiliano che non fa che ripetere: «Serve alleanza tra Pd e Cinque stelle». Posizione considerata eccentrica prima, ma ora nella resa dei conti che si aprirà nel Pd, può succedere di tutto. C’è poi il Gruppo Misto che sarà come sempre un’area di pesca. Per non dire dei responsabili, o voltagabbana, che la corsa sul carro del vincitore tradizionalmente praticano. E in quello targato M5S, in chiave maggioranza, c’è ampio spazio. Pure troppo.
Lunedì 5 Marzo 2018, 06:41 - Ultimo aggiornamento: 05-03-2018 07:06
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