Di Maio e la «non sfiducia»: ecco il piano B dei cinque stelle

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di Stefania Piras

Paola Giannetakis entra al comitato elettorale confusa e felice, in modalità secondo colloquio di lavoro. Bacia calorosamente la cronista e si avvia sulle scale trepidante. Venti minuti dopo guadagna l'uscita visibilmente contrariata e avvolta da un'aura burrascosa. Giannatakis era stata designata come possibile ministro dell'Interno, ma il M5S non ha una maggioranza e sa bene che non potrà imporre una squadra intera ai futuri partner che daranno l'eventuale appoggio esterno.
Perché al momento il traguardo più realistico è un «governo della non sfiducia», modello 1976, quando Giulio Andreotti governò per due anni senza avere la maggioranza e grazie all'astensione del Partito Comunista Italiano guidato da Enrico Berlinguer. Il M5S ha capito che può solo puntare a un governo di minoranza, che è obbligato dunque a tenere tutti i canali aperti, anche quello con la Lega, e soprattutto a sacrificare pezzi della squadra presentata in pompa magna all'Eur. «Per essere molto chiari: solo Luigi Di Maio è intoccabile perché è il nostro candidato premier», spiega un parlamentare.

È andata meglio a Emanuela del Re ieri. Eletta alla Camera in un collegio uninominale di Roma, la candidata ministro degli Esteri ha approfittato del lungo stallo che si prefigura per farsi un giro delle cancellerie europee e ha incontrato un ambasciatore proprio ieri insieme al deputato Manlio Di Stefano. «Si parla di programmi e di progetti per i prossimi cinque anni, e di come l'Italia sarà pronta a svolgere di nuovo un ruolo centrale in Europa e nel mondo», ha scritto su Facebook.
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Giovedì 8 Marzo 2018, 06:38 - Ultimo aggiornamento: 08-03-2018 12:41
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