Il Pd si compatta: «Mai con M5S», ma resta il nodo leadership

di Alberto Gentili

«Ho perso, mi sono dimesso, dimenticatevi di me e soprattutto non rompetemi più le scatole». Matteo Renzi, prima di tuffarsi in un pranzo a palazzo Vecchio con il sindaco Dario Nardella, ha condensato così il proprio pensiero. Insomma, invece di continuare a resistere all'assedio, il segretario si chiama fuori. Tant'è, come hanno chiesto Paolo Gentiloni e Dario Franceschini, Marco Minniti e Graziano Delrio, Andrea Orlando e Matteo Richetti, che lunedì in Direzione il vicesegretario Maurizio Martina ne ratificherà le dimissioni. E, insieme al presidente Matteo Orfini, guiderà la transizione fino all'assemblea nazionale del 15 aprile.

Con chi ci ha parlato, Renzi ha escluso di puntare a fondare un proprio partito, facendo sapere di essere intenzionato a fondare una nuova «associazione». E negando di voler seguire le orme del presidente francese Macron che mollò il Psf e fondò «En Marche» per scalare l'Eliseo. Ma tra i suoi più stretti collaboratori non si esclude lo strappo: «Per ora l'ipotesi galleggia nell'aria. Dopo, chissà. Dipende se si precipiterà verso nuove elezioni, in quel caso non sarebbe possibile. Ma se Cinquestelle o la Lega formeranno un governo, di tempo ce ne sarà...».
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Giovedì 8 Marzo 2018, 10:11
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