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ENRICO LETTA

Elezioni, scintille Letta-Meloni. Il leader Pd: «Sei amica di Orban». Giorgia: «E tu con gli anti-Nato»

Il segretario del Partito Democratico attacca: prova a incipriarsi per cambiare immagine. Lei: è misogino

Mercoledì 10 Agosto 2022
Elezioni politiche 2022, Silvio Berlusconi: «Mi candiderò al Senato, così tutti contenti», Enrico Letta: «Il nuovo simbolo del Pd avrà qualche modifica»

Comincia lui. «Meloni – dice – sta cercando di cambiare immagine, di incipriarsi. Mi sembra un’operazione abbastanza complicata quando i punti di riferimento sono la Polonia e Orban». Replica lei: «Caro Letta, al netto della misoginia che questa frase tradisce e dell’idea secondo la quale una donna dovrebbe essere attenta solo a trucchi e borsette, il vostro problema è che non ho bisogno di incipriarmi per essere credibile». Volano botte da orbi tra i due front runner della campagna elettorale, Enrico Letta e Giorgia Meloni. Il segretario del Pd e la leader di Fratelli d’Italia, a capo delle rispettive coalizioni, da settimane si inseguono in un testa a testa per lo scettro di primo partito italiano, nei sondaggi e alle urne. E ieri hanno dato un assaggio di quelli che con ogni probabilità saranno i toni delle accuse che i due (i «Sandra e Raimondo della politica italiana», per definizione dello stesso Letta) si lanceranno nelle prossime settimane di campagna elettorale.

Il primo ad attaccare è il leader dem. Che mentre presenta la candidatura di Carlo Cottarelli polemizza con la rivale: «Che idea ha sulla Flat tax? Non ho sentito la sua posizione. È d’accordo con Salvini e Berlusconi?». Poi la bordata, ancora una volta sul tema delle alleanze internazionali. «Giorgia Meloni ora sta cercando di riposizionarsi, di cambiare immagine. Di incipriarsi», la riassume il segretario del Pd. «Mi sembra un’operazione complicata quando i punti di riferimento sono la Polonia e Orban». E poi ancora: «Quello che dice adesso – insiste – è l’esatto contrario del discorso in Spagna per Vox» (il comizio in cui la leader FdI arringava la folla dicendosi madre e cristiana). 

Passa qualche ora ed ecco la risposta della presidente di FdI. Infastidita sia per il merito che per quella parola in cui legge un attacco sessista, anzi misogino, «incipriarsi». «Caro Letta, al netto della misoginia che questa frase tradisce e dell’idea secondo la quale una donna dovrebbe essere attenta solo a trucchi e borsette – affonda Meloni – il vostro problema è che non ho bisogno di incipriarmi per essere credibile». Poi replica all’accusa di essere vicina a Orban: «La posizione di Fratelli d’Italia in politica estera è coerente ed estremamente chiara. E ha come stella polare la difesa dell’interesse nazionale italiano. Non accettiamo lezioni - avverte - da chi si erge a paladino dell’atlantismo ma poi stringe patti con la sinistra radicale nostalgica dell’Urss». Il riferimento è al patto elettorale siglato dal Pd con Sinistra italiana, che in parlamento ha votato contro l’adesione di Svezia e Finlandia alla Nato. «Noi – chiosa la presidente FdI - non abbiamo bisogno della cipria. Mentre voi non riuscireste a coprire le vostre contraddizioni neanche con lo stucco». 

Un botta e risposta al veleno (cui seguono repliche indignate di esponenti del Pd: «Le accuse di misoginia sono ridicole e pretestuose») nel giorno in cui anche Silvio Berlusconi per la prima volta dà il suo imprimatur alle ambizioni di Meloni a Palazzo Chigi, qualora il centrodestra dovesse vincere e Fratelli d’Italia sopravanzare gli alleati. «Sono sicuro – osserva il Cavaliere ai microfoni di Radio 1 – che si dimostrerebbe adeguata al difficile compito». Poi l’annuncio di Berlusconi, o meglio la conferma delle voci che lo volevano in corsa per un seggio a Palazzo Madama, lasciato nel 2013: «Mi candiderò al Senato – dice – così faremo tutti contenti», dal momento che il Cavaliere spiega di aver ricevuto «pressioni da tanti, anche fuori da Forza Italia».
Intanto, nonostante il mantra sia quello di «parlarne dopo il 25 settembre», dalle parti di Fratelli d’Italia, vanno avanti i ragionamenti su una possibile squadra di governo. 

Un esecutivo «politico», in grado di «porre fine alla lunga stagione dei tecnici e dei premier che nessun italiano aveva mai votato», è l’obiettivo del centrodestra. Anche se questo «non ci impedirà – si ragiona in via della Scrofa – di avvalerci, se necessario, di competenze che non vengano dalla politica di partito». 

LA SQUADRA
Sui principali dicasteri – Interno, Economia, Difesa e Giustizia – la leader di FdI pensa a un confronto aperto con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. In concreto, vuol dire che non si presenterebbe un nuovo “caso Savona” (nel giugno del 2018 la prima carica dello Stato si rifiutò di nominare ministro dell’Economia la figura scelta da M5S e Lega). La Meloni per la poltrona di via XX settembre valuta un tecnico sul modello Ciampi o anche sul modello Draghi. Una figura inattaccabile che non possa finire nel mirino dell’Europa. Uno dei nomi è quello di Fabio Panetta, già direttore generale di Bankitalia e attuale membro del board della Bce. Ma ha in mente anche altre personalità: c’è l’ipotesi di Maurizio Leo, responsabile economico di FdI, e di Giulio Tremonti. Il ministero più conteso probabilmente sarà quello del Viminale, ma se FdI dovesse prendere percentuali molto più alte della Lega potrebbe rivendicarlo per sé. Mentre per quanto riguarda il Guardasigilli si fa il nome del giudice Carlo Nordio. Così come quello del virologo Matteo Bassetti alla Sanità (anche se lui si schermisce). 

A creare fibrillazioni sul fronte interno al centrodestra c’è però la partita delle regionali. Con il governatore uscente Nello Musumeci che annuncia il ritiro dalla corsa in Sicilia. E FdI che mette il veto su Stefania Prestigiacomo, su cui puntava FI. Una scelta che si intreccerà inevitabilmente con quella, non meno spinosa, dei nomi da schierare per Lombardia e Lazio (dove si vocifera di una candidatura di Franesco Lollobrigida, capogruppo FdI alla Camera). 

Ultimo aggiornamento: 11 Agosto, 09:53 © RIPRODUZIONE RISERVATA