Governo, Di Maio a caccia di alleati ma Renzi stoppa la minoranza del Pd

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di Massimo Adinolfi

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«Siamo aperti al confronto con tutte le forze politiche, a partire dall'individuazione delle figure di garanzia per le due Presidenze delle Camere»: nella sua prima dichiarazione dopo il voto, Luigi Di Maio ha indicato l'appuntamento ad esito del quale si diraderà forse la nebbia sul futuro governo (e sul futuro della legislatura).
I Cinque Stelle hanno vinto, dilagando in tutto il Paese e sfondando nel Mezzogiorno il muro del 40%. Hanno ottenuto un risultato storico, e l'insistenza di Di Maio sui trent'anni trascorsi invano, cioè sull'intero arco temporale della seconda Repubblica, indica il significato che i Cinque Stelle assegnano il voto: anno zero, nuovo inizio, terza Repubblica. L'enfasi di queste parole ha però anche un altro valore: esprimendosi nel modo più rispettoso possibile nei confronti del presidente Mattarella, che dovrà prendere una difficilissima decisione, il capo politico del primo partito del Paese fa intendere che si aspetta l'incarico per la formazione del governo.

Se è finita la seconda Repubblica, è finita l'alternanza fra centrosinistra e centrodestra come l'abbiamo conosciuta finora. Ed è vero: quelle coalizioni non ci sono più. Ma i giochi non sono ancora fatti: i Cinque Stelle non hanno la maggioranza assoluta e devono cercare consensi in Parlamento.
Per questo Di Maio sistema l'esca e lancia l'amo: per la scelta dei futuri Presidenti dei due rami del Parlamento sono disponibili a ragionare con le altre forze politiche. Leggasi: vi diamo le Presidenze, o almeno una delle due, se voi in cambio ci date il via libera per Palazzo Chigi. L'invito è chiaramente rivolto anzitutto a quelli che sono arrivati per ultimi, al Pd e alla sparuta pattuglia di Liberi e Uguali: l'unica possibilità che hanno di rientrare nel gioco è infatti fare un qualche accordo con i grillini. D'altra parte, la sconfitta è stata così netta, il risultato così al di sotto della più infausta delle previsioni, che non è impossibile che prosegua ancora il processo di disgregazione del centrosinistra.
 

Qualche segnale, del resto, c'è già. Nel tardo pomeriggio di ieri ha preso la parola Matteo Renzi per annunciare le dimissioni. Ma la modalità è studiata in modo da non lasciare subito il campo. Il percorso congressuale che dovrà portare alla formazione della nuova segreteria democrat non partirà subito, ma solo dopo che il Parlamento si sarà insediato e che il governo avrà giurato nelle mani del Presidente della Repubblica. Leggasi: alle consultazioni col Quirinale ci vado io. E mantengo il punto. Per Renzi, i rapporti di forza mutati non devono infatti mutare la linea politica: «Da Di Maio e Salvini ci dividono tre elementi chiavi: il loro anti-europeismo, la loro anti-politica e l'odio verbale che hanno avuto contro i militanti democratici». Vale a dire: non verrà dal Pd, almeno fin tanto che il segretario sarà Renzi, il sostegno a un governo di centrodestra o a un governo pentastellato. In verità, è la logica conseguenza di un giudizio che gli elettori hanno dato senza sfumature, punendo tutte le forze governiste: anzitutto i democratici, in maniera persino clamorosa, ma poi anche i centristi e pure Forza Italia, che è stata a inizio legislatura nel giro di governo. È comprensibile dunque che Renzi non veda ora motivi per svenarsi a favore dei Cinque Stelle: sarebbe, peraltro, la più completa sconfessione delle cose fatte e dette finora, al governo e in campagna elettorale. Ma se Renzi perdesse il controllo del partito già nelle prossime settimane? I segnali di insofferenza, i malumori e le aperte critiche si son fatti subito sentire. In questione non è ovviamente l'ammissione della sconfitta e l'assunzione di responsabilità da parte del segretario uscente e del suo gruppo dirigente, ma proprio l'atteggiamento da tenere verso il M5S.
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Martedì 6 Marzo 2018, 06:36 - Ultimo aggiornamento: 06-03-2018 13:06
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