Matteo Salvini, la doppia battaglia persa con Zaia e Giorgia Meloni

Lunedì 21 Settembre 2020 di Mario Ajello
Salvini, la doppia battaglia persa con Zaia e Meloni: la sfida per la leadership è aperta

Giorgia Meloni ha vinto la battaglia interna con Matteo Salvini. Poteva vincerla di più, se avesse espugnato con Fitto anche la Regione Puglia. Ma il miracolo, laggiù, lo ha fatto Michele Emiliano e la probabile vittoria del presidente dem rende meno squillante il successo di Giorgia.

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Questa partita nella partita, dentro il centrodestra, per vedere chi comanda, poteva vincerla Matteo su Giorgia soltanto a una condizione: che la Lega strappasse al Pd la Toscana. Non è accaduto. È successo, invece, il bis dell’Emilia Romagna: il capo del Carroccio ha perso la sua ennesima scommessa. Anche se il suo obiettivo adesso è dimostrare, e ripetere fino allo sfinimento, che comunque la Lega è il partito più votato d’Italia. Però non c’è più l’immagine del leader trionfatore nelle guerre territoriali - vinse il Friuli, il Trentino, la Sardegna, l’Umbria e trascinò il centrodestra nella conquista del Molise, della Basilicata, dell’Abruzzo - si è trasformato e lo chiamano i berlusconiani che erano invidiosi dei suoi successi nel Luther Blisset che fu centravanti del Milan (Salvini è milanista) che non vedeva mai la porta e mancava ogni volta il gol: Miss it (mancalo) era il suo soprannome ora affibbiato al bomber lumbard.
 

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ROMA L'atteso cataclisma non c'è stato. Secondo le prime proiezioni sia in Toscana sia in Puglia il centrosinistra è avanti. Si profila un insperato tre a tre che rinsalda il governo di Giuseppe Conte e soprattutto rinfranca il segretario del Pd Nicola Zingaretti che avrà argomenti non da poco per spingere l'azione di governo e sottrarla dalle sabbie mobili del post emergenza sanitaria.


La vittoria della Meloni su Salvini, che si sta delineando in queste ore,  è cominciata al momento in cui la decisione condivisa sulle candidature nelle varie regioni - a Matteo la difficilissima Toscana, a Giorgia la Puglia e le Marche - è rimasta quella di sei mesi fa. E Salvini, nonostante  abbia tentato in tutti i modi successivamente a cambiarla (voleva uno suo in Puglia per evitare che FdI vincesse laggiù e si giocasse la vittoria nella gara alla leadership nazionale della coalizione), non ci è riuscito. E si è dovuto ritirare in buon ordine.

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«I patti non si cambiano, e io alla parola data resto leale, spero che anche gli altri facciano così»: questa fu la linea della Meloni, aiutata da Berlusconi, per respingere con successo gli assalti di Salvini. E a quel punto cominciarono i pessimismi sul Carroccio: «Il 20 e 21 settembre prenderemo un’altra musata come quella dell’Emilia Romagna». 

Esce dunque più forte, nella competizione tra alleati, la leader di FdI rispetto al suo concorrente. La regione rossa al Pd l’ha strappata lei è non lui e la regione sono le Marche. Una rottura tra i due però non si avrà, perché entrambi non la vogliono. Ma la frase ricorrente di Salvini usata continuamente anche in questa campagna elettorale  - «Quando sarò premier...» - sarà tutta da verificare alla prova dei fatti quando il centrodestra dovrà scegliere chi mandare a Palazzo Chigi. E se dovesse toccare a Giorgia? 
 

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La questione è più aperta che mai. La Meloni è stata quella che nei giorni scorsi diceva: “Se le Regionali finiscono con un cappotto a nostro favore, il presidente Matttarella dovrà riflettere...”. Ossia sciogliere le Camere e mandare il Paese al voto. 

Il cappotto sperato dalla Meloni  non c’è stato. E questo garantisce la prosecuzione della legislatura e nessuna chiamata alle urne a breve, e il fattore tempo dilatato gioca a favore di Giorgia perché le consente di lavorare ancora alla crescita della propria figura di leader che vada oltre gli steccati del suo partito e si affermi come il punto di riferimento di una destra larga e più affidabile rispetto a quella di Salvini. La cui stella non da oggi è offuscata da errori trattici - l’irruenza da campagna elettorale permanente al posto della sedimentazione di un progetto credibile a medio termine e capace di coinvolgere  pezzi di società più ampi e non disposti ad avventure - e da spallate sferrate a vuoto. 

Salvini prima del voto veniva descritto, in Forza Italia, come quello che avrebbe gioito per la sconfitta in Puglia, perché avrebbe ingrossato troppo la crescita della Meloni. E veniva anche descritto come quello che si sentiva non sostenuto a sufficienza - anzi, per niente - dagli alleati contro gli attacchi giudiziari sui commercialisti della Lega. Questo per dire dei non facili rapporti interni alla coalizione. Il cui baricentro comunque - si veda anche la vittoria di Zaia in Veneto che non è una vittoria di Salvini - si allontana sempre di più dal metodo Matteo e dalla centralità del capi della Lega. 

In Veneto la lista Zaia ottiene il 42% e prevedendo questo pericolo i vertici salvinisti del partito negli ultimi mesi hanno fatto di tutto per evitare che candidati forti leghisti si presentassero con Zaia e non con il Carroccio. Il Governatore trionfatore smentisce da mesi che voglia ingaggiare una battaglia per la leadership della Lega e conoscendolo c'è da credergli ma il senso dei limiti politici del cosiddetto Capitano nel gruppo dirigente della Lega sono sempre più estesi

Quanto a Giorgia, ora la scalata a numero uno poggia su basi più solide. Non ha vinto la Puglia, ma ha vinto le Marche e non può che registrare il flop leghista in Toscana. La strategia di Giorgia è quella di diventare grande oltre il recinto della sola destra. Puntando sugli italiani infastiditi da Salvini e orfani del berlusconismo che stavolta ha mostrato ancora più di prima la conclusione della sua storia. La vittoria di Fitto sarebbe stato un trampolino assoluto. Ma la carta Giorgia, nel tracollo di Salvini e di Berlusconi, resta quella più giocabile nel centrodestra. Un mancato sfondamento politico, ora che le Regionali l’hanno vista più in forma degli altri, ma si dovrà vedere nelle prossime ore la conta dei voti di lista (su questa Salvini vuole affermare la sua prima: “Gli interessano solo quelli”, dicono i suoi), significherebbe rinchiudersi nella “sindrome Fini”, cioè in un’area che non ha mai superato il 10-15 per cento. È quello che Giorgia non vuole. 

Il suo problema però, e lei lo sa benissimo, e che a FdI manca ancora una classe dirigente all’altezza delle ambizioni della leader. E non basta essere una buona performer televisiva. La solitudine di Giorgia, che ha comunque in Crosetto, in Giampaolo Rossi del Cda Rai e in pochi altri, valenti  consiglieri è una condizione superabile. Ma va superata. 

E per concludere, Roma. Qui sarà il terreno in cui i nuovi rapporti di forza, Salvini più fragile e Meloni più solida, verranno sperimentati subito. La scelta del candidato sindaco per il 2021 a Roma è tutta ancora da definire.  Si prevede il braccio di ferro Matteo-Giorgia.

Ultimo aggiornamento: 22 Settembre, 13:41 © RIPRODUZIONE RISERVATA