Elezioni, la società civile senza partito

di Biagio de Giovanni

Il trambusto per la formazione delle liste è fisiologico. Difficile dimenticare, per chi le ha vissute, le riunioni dei comitati federali del Pci che si chiudevano alle quattro del mattino, e c'era anche chi alzava la voce e si verificava pure un po' di confusione, sia pur controllata, in sala. Sempre le stesse cose, o l'eterno ritorno dell'uguale, si potrebbe dire, usando la lingua dei filosofi. Una volta, però, c'era più ordine e precisione. Una volta c'erano i partiti e anche - perché non dirlo? - una programmazione che tendeva a portare in Parlamento chi poteva garantire un effettivo contributo, una qualche vocazione accertata, più o meno certificata, per la politica; o un qualche contributo forte, riconosciuto, nella società. 

Non voglio in nessun modo idealizzare il passato, né tanto meno farmi conquistare da una vena qualunquistica, che della situazione attuale veda solo la tinta del grigio. Non è così, ogni tempo ha le sue pene e le sue gioie. Però questa osservazione non deve farci assistere passivi allo svolgimento delle cose, è sempre un bene mantener vivo lo spirito critico che tuttavia provi a non piegarsi a celebrazione di ciò che fu. Ora sembra che si stia verificando un curioso contrasto tra ciò che sembrava prepararsi, soprattutto in alcune forze politiche, e ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi: vogliamo la società civile in parlamento, dicevano alcuni, anche perché, soprattutto nella cultura di quelle forze che lo dicevano, il professionismo politico è da guardare come la peste. Io professionista politico? Ma no, io sono al servizio, vado via appena conclusa la mia missione. E che sia breve dico oggi, poi si vedrà.

Ma torniamo al tema che voglio sollevare. La famosa società civile non sembra rispondere all'appello, forse lontana, forse indifferente o diffidente. La mobilitazione annunciata non sembra che abbia avuto successo. I rifiuti assai più delle accettazioni, sembra. Ora anche nel tempo che fu i partiti guardavano alla società civile, ma la cosa, in generale, era costruita nel tempo, nella progressività di rapporti culturali e politici. Partiti e società erano più compenetrati, le cose spesso nascevano da un dibattito che si era sviluppato nel tempo e che portava, alla fine, all'individuazione di candidature in vista della formazione di un gruppo parlamentare. Per gruppo parlamentare si intendeva un gruppo coeso ma differenziato, non di potenziali transfughi o, all'opposto, di semplici votanti ben disciplinati. Forse allora il peso del parlamento era maggiore di quanto non sia oggi, ovvero era più forte la dialettica tra parlamento e partiti, pur non sottovalutando, certo, la funzione dei capi. Venuti meno i partiti, questa dialettica si va spegnendo giacché in essa, nei suoi limiti e nei suoi peccati, presenti in ogni cosa umana, tuttavia la dimensione discorsiva, ragionevole, argomentata, superava quella emozionale, mentre lo stato attuale delle cose sembra, spesso, quello di capi che sfruttano la natura sentimentale delle masse; e sembra quasi che al di sopra del parlamento ci sia il leader sostenuto da un plebiscito di fatto, e questa frase la prendo di peso dal celebre scritto di Max Weber, inizi Novecento, che parlava della politica come professione. 

Sto provando a scattare la foto dei populismo che qui da noi sembra che abbia ancora campo, forse più che altrove, si vedrà. In qualche caso non faccio nomi, come si dice- la preparazione delle regole per la scelta di candidati al parlamento appariva quasi come la regolistica di un ufficio di collocamento, e la rete una sede trafficata, ognuno fa domanda poi si vede, e capisco pure che alla fine i risultati debbano esser sottoposti a modifica. Ma se così stanno le cose, perché sorprendersi della diffidenza della società? Civile o in parte incivile che essa sia, -nessun mito in proposito- essa, nella sua parte più riflessiva, tuttavia tende più a difendersi che a partecipare in modo attivo a una politica che, in alcuni suoi aspetti, non chiede vocazione, competenza, ma è posseduta da una pura vocazione plebiscitaria. 

Forse, contrariamene alle intenzioni, mi sto lasciando trascinare in una lode del tempo che fu. Se questa è l'impressione, faccio ammenda per davvero, tutto ciò che finisce ha le sue ragioni per finire e le cose che hanno dominato il tempo passato avevano tante ragioni per finire. Il punto non è qui. È che sempre la nobile arte della politica vuole vocazione e alta professionalità, nessuna improvvisazione. Essa deve mettere insieme due etiche, sempre Weber: l'etica della convinzione, non posso far diversamente, da qui non mi muovo; e l'etica della responsabilità, ovvero saper commisurare le finalità con i mezzi disponibili, con lo sguardo ben addestrato a guardare nella realtà della vita. Solo esse fanno la vocazione dell'uomo politico, figuriamoci se tutto questo può esser affidato al dilettantismo dell'improvvisazione. Eppure il disprezzo del professionismo politico, oggi assai in voga, porta questo tarlo dentro di sé, innegabile la cosa. Spetta a chi non ha questo disprezzo nelle sue vene mostrarne l'inconsistenza. Il 4 marzo è importante anche per questo. 
 
Domenica 28 Gennaio 2018, 10:30
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