L'equo compenso diventa un caso: «Legge che penalizza i giovani professionisti»

Sabato 14 Maggio 2022 di Francesco Malfetano
L'equo compenso diventa un caso: «Legge che penalizza i giovani professionisti»

«Nella maggioranza quel testo non piace sul serio a nessuno e per di più penalizza i giovani che vogliono iniziare la libera professione». A dirlo, in coro, sono le associazioni dei professionisti italiani. In Senato infatti c’è un disegno di legge, oggi fermo in commissione Giustizia, su cui l’Aula potrebbe presto diventare un Vietnam. Nonostante l’approvazione alla Camera a novembre scorso, quello sull’equo compenso dei liberi professionisti infatti è un caso ormai sul punto di esplodere. Da un lato c’è il centrodestra - il provvedimento è a prima a firma Giorgia Meloni - che con il suo relatore in commissione, il leghista Emanuele Pellegrini, chiede di stringere approvando così com’è il testo per evitare che l’iter si impantani prima della fine della legislatura. 

Dall’altro però, a fare le barricate ci sono non solo il Pd e gli accademici, quanto il mondo delle associazioni e dei sindacati degli autonomi che, invece, quel testo vorrebbero modificarlo profondamente o spedirlo su un binario morto. «Il provvedimento originario è stato approvato alla Camera già con l’intenzione di essere cambiato» spiega il senatore dem Franco Mirabelli, capogruppo del Pd in commissione Giustizia. Per cui, al netto dei «facili entusiasmi», «non darei affatto per scontato il rapido approdo in Aula di cui parla il centrodestra» aggiunge riferendosi ai 147 emendamenti al ddl presentati fino ad oggi in Commissione. «Noi stiamo lavorando per cambiarlo profondamente e confido che si trovi un’intesa per farlo. Altrimenti escludo che si possa andare al voto così com’è». Del resto non solo Italia Viva si dice titubante ma, nonostante i 5S non abbiano maturato una posizione in merito, anche nella Lega (con il senatore Pillon) e in FI (con alcuni degli eletti proprio tra i liberi professionisti pronti al passo indietro, come si apprende da uno dei senatori azzurri in Commissione) il fronte del “no” va crescendo.  

I punti del contendere sono tanti. «Quel testo non piace a nessuno perché avrebbe dovuto offrire garanzie più forti a tutela dei professionisti e del loro diritto a un compenso dignitoso - attacca Maria Pia Nucera, presidente dell’Associazione dottori commercialisti (Adc) - ma in realtà fa il contrario e va contro le libere professioni». In primis per numerose associazioni la norma è limitata. Nel senso che tutela solo coloro che hanno contratti convenzionali con la Pa (escluse le partecipate) e con i cosiddetti contraenti forti (banche, assicurazioni, aziende con più di 50 dipendenti o un fatturato superiore a 10 milioni), escludendo milioni di professionisti che lavorano attraverso rapporti non convenzionali. «Fatta in questo modo non serve a nulla - spiega Alberto Molinari, presidente dell’Associazione nazionale Ingegneri e Architetti - Tutelare solo qualcuno è tutelare nessuno». 

Tra i più penalizzati però, ci sarebbero appunto i giovani professionisti che stanno avviandosi legittimamente alla libera professione e che non sarebbero affatto spinti «a farla sul serio». «L’iscrizione all’ordine per loro diventa una penalità perché - spiega Nucera - ci sono mansioni professionali tipiche soprattutto dei giovani commercialisti che possono essere svolte anche da chi non è iscritto all’ordine, magari da un revisore. Quest’ultimo è avvantaggiato dalla nuova legge perché può offrire prezzi più competitivi senza essere sanzionato». 

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E proprio quello delle sanzioni, non a caso, pare il vero centro della contesa. Qualora si stabilisca un rapporto contrattuale lesivo dell’equo compenso (da determinare di anno in anno) il testo Meloni prevede infatti sanzioni disciplinari da parte dell’ordine solo a carico del professionista. «È incomprensibile che si voglia varare un provvedimento introducendo delle norme che dovrebbero avere potere deterrente per i committenti forti, e che invece finirebbero per colpire i professionisti» dice invece il segretario generale dell’Associazione nazionale forense, Giampaolo Di Marco. «Non solo condanna chi ha subito un compenso iniquo - ha spiegato Gaetano Stella, presidente di Confprofessioni, in audizione proprio alla commissione Giustizia del Senato - ma paradossalmente impedirà ai professionisti di intentare un’azione civile». Il giudizio infatti spetterebbe all’ordine di appartenenza. Ed è questa la frattura principale. «È un testo che favorisce un maggiore intervento ordinistico all’interno della libera professione che non il massimo né per concorrenza né per trasparenza» palesa Nucera, evidenziando come si stia consumando una guerra di posizione tra gli ordini professionali e le associazioni e i sindacati. 

Ma i punti critici sono davvero tanti. A coglierne un altro sono Giulio Napolitano di Roma 3, Silvio Martuccelli della Luiss e Gian Michele Roberti della Sapienza che, dalle pagine del Sole24ore, si sono detti assai critici anche sulle modalità con cui il provvedimento si innesterebbe nel contesto attuale. «L’automatica nullità dei compensi pattuiti in misura inferiore agli importi stabiliti dai decreti ministeriali reintroduce di fatto un sistema di tariffe minime analogo a quello abrogato dal decreto Bersani nel 2006, sulla scorta delle sollecitazioni della Ue e dell’Antitrust», ma «un sistema rigido di tariffe minime non sarebbe giustificato da un interesse pubblico, come invece richiesto dalla direttiva Bolkenstein». «Un grande caos - conclude Molinari - E per di più ora dicono di approvarla così per modificarla successivamente. Ma non ci si può sempre accontentare sperando che poi vada meglio». 

Ultimo aggiornamento: 15 Maggio, 18:26 © RIPRODUZIONE RISERVATA