«Expo 2030 è l’occasione per Roma», dagli industriali sfida per la Capitale

Giovedì 1 Ottobre 2020 di Francesco Pacifico

Potrebbe essere l’occasione per ridisegnare la Capitale e ridarle il ruolo e lo smalto a livello internazionale che ha perso in questi ultimi anni. Angelo Camilli, il neo presidente di Unindustria (la Confindustria del Lazio) insediandosi ieri, ha aperto il suo mandato con un progetto molto ambizioso: candidare Roma a ospitare l’Expo 2030. Ma l’obiettivo dell’imprenditore, leader con la sua Consilia in Italia nella consulenza per la salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, non è soltanto quello di ripetere il successo di Milano. Che proprio grazie all’Esposizione internazionale del 2015 ha rimodulato bioritmi e direttrici della Città come il suo skyline. Non solo, perché il progetto è “politico”: creare all’interno della Capitale un sistema, un tavolo permanente dove siedano il governo, gli enti locali (Campidoglio in testa), le stesse imprese e le parti sociali per immaginare un diverso e nuovo modello Roma.

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Tutto questo avviene nella Città eterna, dove una settimana fa - e dopo tanto traccheggiare - Virginia Raggi ha candidato Roma sia per ospitare il G20 della salute sia per la futura Autorità europea per la ricerca biomedica. Anche se l’ha fatto in ritardo, dopo che sullo stesso fronte si erano già mosse Milano e Bergamo. E senza neanche ottenere l’appoggio sperato dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, sostenuto come lei dai Cinquestelle e sempre in prima linea per risolvere le grane generate in Campidoglio. Ma proprio per evitare il valzer degli annunci e delle strumentalizzazioni, il mondo delle aziende guarda all’Expo come un volano per rivoluzionare la Capitale quanto per aprire nuovi business alle imprese. Accennando alla candidatura durante il discorso d’insediamento, Camilli ha parlato di «un grande evento, dove le Nazioni presenteranno le città che più si sono trasformate, nel segno della sostenibilità, e che consentirebbe di rilanciare la filiera turistica imponendo a Roma un’agenda concreta di grandi cambiamenti e di interventi di rigenerazione urbana». 
 

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Dal suo staff spiegano che nei prossimi giorni il Centro studi di Unindustria avvierà un report per calcolare le ripercussioni economiche e sociali che ospitare l’Expo può garantire alla Capitale. Dalle prime stime, si guarda all’esperienza di Milano, con un indotto per tutto il territorio laziale di almeno 20 miliardi, il doppio a livello nazionale, 300mila posti di lavoro in più, oltre mezzo milione di incassi per l’Erario in tasse, tra i 25 e i 30 milioni di visitatori.

Ma soprattutto Camilli farà il giro degli enti coinvolti (il governo, il Comune e la Regione) per chiedere di istituire un tavolo tra il mondo della politica e le parti sociali (sindacato, associazionismo, università) per scrivere entro un anno la candidatura. Un progetto nel quale bisognerà scegliere il tema della manifestazione (a Milano fu l’alimentazione sostenibile, per Roma si ipotizza un’economia sostenibile e digitale basata sul patrimonio culturale formatosi in 2mila anni di storia), definire un’area dove convogliare gli eventi principali, soprattutto una nuova modalità di lavoro per superare gli incagli della burocrazia. Senza contare che nel piano dovrebbero rientrare anche il tentativo di creare un unico Politecnico nel Lazio e il rilancio in chiave green delle aree industriali in crisi, un nuovo modello della gestione dei rifiuti che apra all’economia circolare e le prime esperienze di Blue economy, sconosciuta nel nostro territorio.

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Già nel 1935 Roma si candidò per ospitare l’Expo del 1942. In quell’occasione nacque l’Eur, ma il progetto saltò per lo scoppio della guerra. Nel 2020 conquistare la manifestazione sarà molto difficile. E non soltanto perché da oltre un anno, con Genova, si sta muovendo con molta convinzione Rio de Janeiro. Spiega Beniamino Quintieri, ex presidente dell’Ice e commissario italiano per l’Expo del 2010 di Shanghai: «Non aiutano certamente il fatto che l’Italia ha ospitato l’esposizione pochi anni fa o la scelta dell’attuale giunta di ritirare la candidatura per le Olimpiadi, nonostante le ottime opportunità. Ma le possibilità di Roma dipendono dalla qualità della proposta, da un nuovo modello logistico e dal valore degli investimenti. Poi il 2030 è lontano e come location la Capitale non ha nulla da invidiare ad altre città».

 

Ultimo aggiornamento: 14:15 © RIPRODUZIONE RISERVATA