Il ministro Boccia: «La Campania vuole distinguersi, dico no a tanti piccoli staterelli»

Lunedì 18 Maggio 2020 di Mario Ajello
Il ministro Francesco Boccia: «La Campania vuole distinguersi, dico no a tanti piccoli staterelli»

Ministro Boccia, lei si è rivelato un tipo paziente. Ma i presidenti regionali non hanno esagerato - anche nella ribellione dell’altra notte - nel pretendere l’autonomia per la fase 2 senza prendersi però la responsabilità se andrà male?
«Penso che la prudenza e la pazienza siano virtù per chi rappresenta le istituzioni. Ma in questo caso, le Regioni hanno rivendicato correttamente il rispetto dell’intesa politica. Il Dpcm, che attua il nuovo decreto legge, doveva recepire le linee guida unitarie delle regioni. La discussione è stata su come inserire quelle linee nel testo. E abbiamo trovato l’accordo». 

E sullo scudo penale che volevano i governatori? 
«Non c’è nessuno scudo penale. Né è stato mai chiesto». 

Ma non vede, per esempio, il presidente campano De Luca che ha rovesciato il tavolo?
«L’importante è che la conferenza dei presidenti delle Regioni ha siglato l’intesa. De Luca vuole solo distinguersi. Non ci sono test epidemiologici, come dice lui, per riaprire bar e ristoranti. Ma solo la valutazione generale di carattere medico che fanno le autorità territoriali. De Luca sta sottovalutando le capacità del suo sistema sanitario».  
Volete continuare insomma con la linea morbida, anzi cedevole, verso le pretese dei governatori? 
«Bisogna tenere conto che nel nostro Paese ci sono 21 modelli territoriali sanitari diversi. E’ un sistema complesso. Nel quale lo Stato ha il potere di fare le linee guida ed è quello che abbiamo fatto. Ma abbiamo anche il potere di far rispettare queste indicazioni. Ora dipenderà dalle singole regioni, ed è la grande scommessa, mostrare la capacità di rafforzare la prevenzione».
  
Ma viene il dubbio che lo Stato non riuscirà a trovare il coraggio di richiudere le Regioni che sgarrano. O siamo troppo pessimisti? 
«La voglio rassicurare. Lo Stato ha tutti gli strumenti per far rispettare le regole. E le Regioni, nel caso di aumento del contagio, chiuderanno in automatico. Se non lo faranno, interverrà il governo».

Non vede la tendenza all’anarchia?
«Vedo un modo per evitare che le Regioni si sentano dei piccoli staterelli. Serve un potere centrale più vigoroso e molto più snello. Deve farsi rispettare di più, ma deve anche essere più efficiente. Sennò, le Regioni tendono a prendere la parte negativa dello Stato e non quella positiva. La stortura sta quando le Regioni fanno della gestione amministrativa del loro potere il proprio ubi consistam, ignorando la cornice nazionale. Detto questo, dico anche che finora l’intesa per le riaperture è stato un successo politico per tutti».

Non deve mostrarsi molto più forte il potere centrale? 
«Guardi, non solo la legge ma anche l’opinione pubblica è con noi. La questione della salute e della vita vengono prima di ogni altra cosa, e questa è la consapevolezza generale che ci conferma nella politica che abbiamo attuato». 

Perché non inserite nella legislazione una clausola di supremazia per lo Stato sulle Regioni?
«Perché già nella Costituzione sono previsti i poteri sostitutivi, per vari motivi, tra cui le emergenze sanitarie, e noi questi poteri siamo determinati ad usarli se dovesse essercene il bisogno. Finora non c’è stato. Il discorso è questo. Abbiamo dato alle Regioni le risorse per la fase 2 e non ci sono più vincoli burocratici nell’assunzione di personale sanitario e possono fare gli appalti come vogliono. Ma ora tocca a loro dimostrare di saper fare. E tante Regioni hanno già dimostrato di essere all’altezza della sfida. Il sistema di monitoraggio, elaborato dal ministro Speranza, sarà il nostro metro per misurare la condizione dei territori». 

Ma se non vi forniscono, o lo fanno in ritardo, i dati epidemiologici? 
«In questo caso, scatteranno le restrizioni. E però, perché non dovrebbero darci i dati? Finora l’hanno fatto, in un rapporto di leale collaborazione. Vorrei aggiungere che quando lo Stato e le Regioni lavorano fianco a fianco, si ottengono risultati straordinari. Lo abbiamo fatto con le linee guida della fase 2. Lo abbiamo fatto riformando la Cig in deroga, e a molti sembrava impossibile. Giovedì prossimo, in conferenza Stato-Regioni, porto la proposta di lavorare insieme, e anche con le imprese, per l’azzeramento delle procedure amministrative». 

Il modello Genova diventa modello Italia? 
«Non lo chiamerei così. Si tratta di portare nel prossimo decreto Semplificazioni il format della Protezione Civile. Quello che consente di velocizzare tutte le procedure. Intanto fai, e se poi sbagli, paghi».

A 50 anni dalla nascita del regionalismo, come va rivisto? 
«Partendo da questi dati di fatto. Nella prima fase della lotta al morbo, lo Stato ha tirato fuori i muscoli. Si è assunto l’onere e la responsabilità di tutto. E questo poteva farlo solo lo Stato. Regioni e Comuni hanno agito da braccia operative dello Stato sui territori. Ora entriamo nella fase della convivenza con il virus: e questo è il grande test sul funzionamento e sulla responsabilità delle Regioni, oltre che dello Stato».

Nella hit parade delle Regioni di fronte al virus in cima ci sono il Veneto e l’Emilia, a fine classifica Lombardia e Calabria e in mezzo chi? 
«Vorrei parlare del Lazio. Con il suo mix tra rete sanitaria capillare sul territorio e istituzioni private, è una delle Regioni che più brillantemente si sono comportate nell’emergenza. E voglio anche dire che dei 2300 operatori sanitari delle task force oltre il 30 per cento sono partiti dal Lazio. E molti da Roma. E quindi, quando sento parlare di clima anti-lombardo, lo prendo come una sciocchezza». 

Dica la verità, non teme che la fase 2 possa tradursi nella fase della rabbia e del rigetto? 
«Se gli italiani si sono sentiti protetti e sicuri nella fase 1, significa che abbiamo fatto il nostro dovere. Se si arrabbieranno, sarà sicuramente colpa nostra».
 

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